<span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><span style="font-size: 14px"><span style="color: #000000"><strong>L’Europa censura l’Italia sui contratti flessibili nelle amministrazioni pubbliche</strong>. A dicembre la Corte di Giustizia europea ha infatti deliberato due provvedimenti che potrebbero dare un duro colpo all’apparato tricolore delle norme lavorative sui precari della Pubblica Amministrazione, potendo potenzialmente indurre il nostro Paese a intervenire frettolosamente in materia al fine di rispettare le intuizioni giunte dalla Corte continentale. </span></span></span>
Giornalista e promotore finanziario abilitato, profondo conoscitore delle tematiche del lavoro. Si occupa in principali modo di legislazioni, normativa ed approfondimenti. Si muove a suo agio nelle tematiche giuridiche ed economiche.
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Lo stipendio deve essere stabilito necessariamente nel momento della comunicazione dell’assunzione e, pertanto, non deve essere suscettibile di aleatorietà, che spesso ha contribuito a generare delle cattive pratiche all’interno del mercato del lavoro italiano. Chi assume nuova manodopera, infatti, deve necessariamente indicare l’importo della retribuzione annua che erogherà al neoassunto, il suo livello di inquadramento e il Contratto collettivo nazionale del lavoro che verrà applicato in azienda.
In una famiglia su quattro, tra quelle in cui è presente un giovane tra i 15 e i 29 anni, c’è un Neet. Una persona cioè, che non studia e non lavora. Della straordinaria (e preoccupante) diffusione dei “Neet” abbiamo già parlato a più riprese sul nostro magazine. Ebbene, a conferma dell’incredibile escalation di questo drammatico fenomeno è giunto il report “Famiglie e lavoro” curato da Italia Lavoro e relativo all’anno appena conclusosi. Stando al dossier IL, i Neet (ovvero, i giovani che non lavorano, né studiano, né frequentano un percorso di formazione) sarebbero presenti in 1.967.888 famiglie, riguardando pertanto il 28,9% di tutti i nuclei familiari che hanno al proprio interno un componente di età compresa tra i 15 e i 29 anni.
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Lavorare da dipendente fino ai 70 anni è una possibilità, ma non un diritto, né, quindi può essere una pretesa. A sancirlo è una interessante sentenza da parte del Tribunale di Roma, che ponendosi sulla stessa linea di una ulteriore pronuncia dei giudici di Genova, e del secondo grado di Torino, ha interpretato in modo univoco quanto stabilito dall’art. 24 del decreto legge 201/ 2011, laddove vengono previste alcune vie privilegiate per accontentare coloro che desiderano rimanere in servizio anche oltre il momento della maturazione dei requisiti utili per poter
Scade il 31 dicembre 2013 il termine utile ai collaboratori a progetto, per poter richiedere l’indennità di disoccupazione. Una sorta di ammortizzatore sociale per i co.co.pro., con requisiti parzialmente differenti da quelli sperimentati nel recente passato, e con differenti modalità di calcolo dell’importo una tantum che gli stessi potranno ricevere una volta accolta la richiesta. Ma andiamo con ordine, e vediamo quali sono le principali caratteristiche della l. 92/2012, ad integrazione e sostituzione di parte degli elementi già previsti dalla l. 191/2009.
Con la circolare 21490 del 9 dicembre 2013, a firma del Ministero del Lavoro, vengono introdotte alcune innovazioni in materia di convalida e risoluzione consensuale delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri.
La riforma Fornero ha modificato lo Statuto dei Lavoratori intervenendo (anche) sull’art. 18, uno dei pilastri relativi alla gestione e alla cessazione dei rapporti di lavoro.
L’art. 4 della legge 92/2012 impatta sul regime di assunzioni agevolate delle donne prevedendo una serie di benefit di natura contributiva (e non solo) sui quali abbiamo il piacere di soffermarci al fine di rispondere a una lunga serie di interrogativi giunti in redazione nelle ultime settimane.
Brutte sorprese per i professionisti: secondo quanto sancito dalla riforma degli ammortizzatori sociali in deroga (cioè, cassa integrazione e provvedimenti di mobilità), i trattamenti sono applicabili esclusivamente ai lavoratori dipendenti delle imprese.
Rendere i fondi pensione integrativi uno strumento obbligatorio, magari accompagnato dall’abbattimento fiscale sulla loro contribuzione, potrebbe essere la soluzione più idonea per permettere ai giovani di ridurre il gap previdenziale in fase di continuo allargamento. Ad esserne convinto è il leader della Cgil, Raffaele Bonanni, secondo cui “se si vuole andare incontro ai giovani diventa obbligatoria o semi-obbligatoria la previdenza integrativa”.