<span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif"><span style="font-size: 14px"><span style="color: #000000"><img style="display: none" class=" alignleft size-full wp-image-4430" alt="" src="https://www.biancolavoro.it/wp-content/uploads/2014/02/Giudice.jpg" style="margin: 3px; width: 160px; float: left; height: 107px" width="1550" height="1033" />Dura e netta sentenza in materia di <strong>riservatezza dei lavoratori in azienda</strong>. Secondo una pronuncia della Corte di Cassazione, è <strong>vietato installare telecamere nell’ambiente di lavoro senza una preventiva autorizzazione</strong>. Un divieto che fa scattare una sanzione di natura penale in capo al datore di lavoro, responsabile perfino nell’ipotesi in cui la telecamera risulti effettivamente spenta. Ma in che modo si è giunti a tale conclusione?</span></span></span>
Giornalista e promotore finanziario abilitato, profondo conoscitore delle tematiche del lavoro. Si occupa in principali modo di legislazioni, normativa ed approfondimenti. Si muove a suo agio nelle tematiche giuridiche ed economiche.
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Quanto si lavora in Italia? E in Germania? E, soprattutto, quanto si guadagna? Qual è la relazione tra i due parametri? Secondo i dati Ocse, ripresi dal Sole 24 ore, la proporzione tra ore di lavoro effettuate e retribuzione sembra trovare una sgradevole eccezione tra l’Europa meridionale e quella centro – settentrionale, dove le divergenze tra qualità della vita, possibilità di conciliazione tra il tempo libero e il lavoro, e le prospettive occupazionali, sono sempre più ampie. Insomma, a ben giudicare quanto accade tra Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e resto del vecchio Continente, sembra proprio che più si lavora, e meno si guadagna. Ma quali sono le ragioni alla base di questo fenomeno?
Come anticipato dal piano triennale di assunzione di docenti Ata, previsto dal c.d.
Gli studenti italiani sono tra i più mobili d’Europa. Complice la crisi economica da una parte, e la disponibilità a compiere maggiori esperienze all’estero, gli studenti universitari e superiori del BelPaese si scoprono i più stimolati e spronati a varcare i confini nazionali per poter facilmente effettuare delle esperienze formative negli altri Paesi del vecchio Continente, e non solo.
Non basta più nemmeno essere titolari di uno stipendio. Nonostante qualche segnale di sviluppo da parte dell’economia della zona euro, l’Ocse boccia duramente lo stato di salute dell’occupazione italiana e i suoi riflessi sulla società tricolore. Una sonora presa di posizione negativa che si accompagna con le conclusioni della Commissione Ue, secondo cui gli stipendi non sarebbero più sufficienti per garantirsi uno stile di vita adeguato: secondo l’istituzione comunitaria, l’Italia è tra i Paesi peggiori del vecchio Continente in quanto a “rischio povertà” tra coloro che risultano essere occupati, e in quanto a probabilità di ritrovare un lavoro, una volta perduto quello precedente.
Come molte altre professioni, anche quella dei docenti è inquadrata all’interno di un percorso di crescita graduale che, nel corso degli anni, riconosce una serie di incrementi salariali legati all’anzianità di servizio, alle responsabilità supplementari acquisite e alla straordinarietà del proprio impegno temporale. Ma quale è la situazione degli stipendi dei docenti italiani rispetto a quella dei colleghi europei?
In una lunga riflessione elaborata al suo interno e diffusa a mezzo stampa, il Cnai – Coordinamento nazionale associazioni imprenditori – ha formulato una discreta
Deloitte, una delle più note e importanti società internazionali nel settore dell’erogazione di servizi professionali alle imprese, cerca 350 nuovi giovani consulenti da inserire all’interno delle proprie strutture. A confermarlo è la stessa compagine societaria, secondo cui, nei prossimi cinque mesi (fino a maggio 2014) potrebbero essere selezionati talenti italiani tra i neolaureati, con ottima conoscenza della lingua inglese.
Con una disoccupazione giovanile che ha sforato il 40% (più del doppio rispetto ai livelli ante-2007), il 2014 si candida ad essere l’ennesimo anno di difficoltà e di sacrifici per milioni di italiani alle prese con le criticità quotidiane. E, mentre il sogno di un lavoro sembra riguardare le notti della maggioranza della platea di connazionali, c’è chi – McKinsey – punta ad andare in profondità, e osservare perché, in Italia, trovare lavoro è davvero così arduo.