E’ giusto studiare ciò che piace o è più saggio optare per un corso universitario che assicuri (al netto degli imprevisti che vanno sempre contemplati) una certa stabilità economica e lavorativa? E’ questo il dubbio che attanaglia, da sempre, i diplomati in procinto di scegliere la facoltà in cui iscriversi. Divisi tra i consigli di chi dice che è meglio puntare sul pratico e chi, invece, considera imprescindibile investire tutto su una passione che, prima o poi, pagherà.

A riprendere (a modo suo) l’argomento è stato il vicedirettore de Il Fatto Quotidiano, Stefano Feltri, che ha infiammato l’ultima polemica culturale dell’estate bocciando le lauree che non garantiscono un futuro lavorativo. “Fare studi umanistici non conviene – ha sentenziato il giornalista – è un lusso che dovrebbe concedersi soltanto chi se lo può permettere”. Di più: studiare quello per cui si è portati è roba da ricchi o da “sfaticati” – ha rincarato Feltri – che ha tracciato un solco tra i ragazzi meno brillanti e competitivi, che scelgono le materie umanistiche, e quelli più svegli e intraprendenti, che puntano sulle discipline economiche.
















