Lavorare coi malati di Alzheimer: essere OSS è una missione

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L’OSS è quella fondamentale figura che più delle altre resta a stretto contatto, anche fisico, con il malato di Alzheimer. Un contatto che presuppone, inutile negarlo, anche dei rischi. Per evitarli o comunque ridurli al minimo, vengono messe in atto  iniziative e procedure decisamente complesse, sia prima che durante lo svolgimento dell’attività. Nell’analizzare la figura dell’OSS operante in un reparto Alzheimer, ci siamo avvalsi della collaborazione di Antonella Tundo, reinventatasi operatrice socio-sanitaria dopo una lunga esperienza in fabbrica ed attualmente impiegata presso il Ferb di Gazzaniga (Bg). Per lei, lavorare coi malati di Alzheimer, è una vera e propria missione, ecco cosa ci ha detto.

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Partiamo dalla formazione: come OSS siete formati in modo particolare?

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Lavorare coi malati di Alzheimer: un focus sulle figure professionali specializzate

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Quattro interviste a quattro figure altamente specializzate nella gestione e nella cura dei pazienti affetti da morbo di Alzheimer. Un medico, un’infermiera, una OSS e una terapista occupazionale. La malattia di Alzheimer ha aumentato significativamente la sua incidenza sulla società. Di pari passo sono cresciute di numero ed in qualità le strutture apposite e le figure professionali che se ne occupano. Queste ultime, come è ovvio, fanno sì parte del mondo delle professioni sanitarie, ma devono necessariamente possedere particolari caratteristiche umane, oltre alle imprescindibili competenze tecnico-professionali.

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Lavorare coi malati di Alzheimer insomma, non è un compito adatto a tutti. Grazie alla preziosa collaborazione di Ferb Onlus abbiamo progettato e realizzato un focus apposito, con l’intenzione di sviscerare attraverso domande parallele le caratteristiche necessarie, come ci si forma e dove, come funziona l’insegnamento sul campo, i rischi e le soddisfazioni di chi ogni giorno con infinita pazienza si dedica alle vittime di una patologia tremendamente complessa e che coinvolge non solo il malato ma a tutto tondo l’intero ambiente familiare.

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Il fast food del cibo scaduto: un pasto completo con due euro

Nel fast food del cibo scaduto il menù pranzo/cena costerà circa 2,20 euro (3 dollari). Combattere gli sprechi e la crisi utilizzando alimenti oltre la data di scadenza è l’idea di un imprenditore americano che dovrebbe aprire a maggio il suo “Daily Table” in un quartiere popolare di  Boston. Le basi sulle quali si fonda il progetto sono statistiche: in America il 40% del cibo prodotto ogni anno viene buttato via, con uno spreco di oltre 120 miliardi di euro, senza considerare l’impatto ambientale. E quasi il 90% della popolazione butta abitualmente alimenti che hanno passato la data di scadenza (magari da poche ore) per paura di proliferazioni batteriche e danni per la salute. Joe Doug Rauch, l’imprenditore che ha promosso l’iniziativa, ha lanciato la sfida per recuperare e utilizzare tutto questo cibo inutilmente sprecato e il prossimo maggio aprirà a Boston il Daily Table, per offrire ai propri ospiti la possibilità di mangiare bene a prezzi anti-povertà. Molta frutta e piatti preparati ad hoc.

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Downshifting: intervista a Simone Perotti

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Scalare una marcia, fare un piccolo passo indietro, andare più piano, ma per ammirare meglio il panorama. È questo, in fondo, il senso del downshifting e di chi ne abbraccia la filosofia. Di chi decide, cioè, di rinunciare a una carriera in continua ascesa per dedicarsi ai propri hobby e alle proprie passioni. Come? Riducendo il salario, i ritmi e le ore di lavoro (alcuni addirittura lasciandolo, un impiego) per vivere una vita diversa, fatta di consumi ridotti e un’agenda meno fitta. Magari lavorando meno ma iniziando a coltivare un orto, oppure dedicandosi al fai-da-te e decidendo di riparare da sé la bicicletta o la macchina, o di tornare, per quanto possibile, al baratto.

Il downshifting, diciamolo, riguarda spesso manager e professionisti che scelgono di limitare la propria attività professionale e la propria vita dominata dalle tecnologie per prendersi più tempo per sé o la famiglia. Magari optando per un part time o per il telelavoro, rifiutando promozioni o determinati compiti che porterebbero lustro, certo, ma anche una notevole dose di stress. Oppure decidendo di condividere il lavoro con un collega, o ancora lasciando l’impiego “storico” e solido per dedicarsi ad altro, come ha fatto Simone Perotti, 45 anni, che da manager nel settore della comunicazione a Milano, 4 anni fa ha deciso di lasciare tutto per trasferirsi in riva al mare, in Liguria, per dedicarsi alla scrittura, alla barca a vela, alle sculture in ardesia, legno, sughero, e poi barattando oggetti che non usa più e svolgendo lavori saltuari, come la pulizia delle barche, per mantenersi. Con quanto? 850 euro al mese, assicura. Ma come fa?

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