Industria: saliscendi del fatturato. Bene le auto, male i prodotti petroliferi

fatturato

Come vanno le cose alle industrie italiane? A spiegarcelo è, ancora una volta, l’Istat che continua a certificare un “saliscendi” che non consente di rilassarsi troppo. Se è, infatti, vero che il fatturato dell’industria italiana, nel mese di luglio, ha fatto registrare una crescita rispetto all’anno scorso, su base mensile ha invece perso un po’ di terreno. Tanto quanto basta a suggerire che i segnali di ripresa rilevati in qualche settore vanno comunque analizzati con cautela, senza cedere ai facili trionfalismi.

fatturato
image by Zurijeta

L’istituto nazionale di statistica ha reso noto che, a luglio, il fatturato dell’industria è sceso dell’1,1%, rispetto al precedente mese di giugno, per effetto del -1,7% registrato nel mercato interno e del +0,2% registrato in quello estero. Tutt’altro andamento è stato, invece, rilevato rispetto a un anno fa, con un +2,3% del fatturato trainato dal +4,2% del mercato estero e connesso anche al +1,2% del mercato interno. Entrando un po’ più nel dettaglio: rispetto al mese precedente, a luglio, i beni di consumo sono aumentati dello 0,5%, quelli intermedi sono diminuiti dello 0,1%, quelli strumentali del 2,3% mentre l’energia ha fatto segnare una flessione pesante, pari al 7,4%. Il confronto con luglio 2014 ha, invece, rivelato che i beni strumentali sono aumentati dell’8,1%, quelli di consumo del 3,4%, quelli intermedi dello 0,8%, mentre la solita energia ha lasciato per strada il 14% del fatturato. 

Leggi tutto

Lavoro minorile: in Italia interessa 280 mila under 16

lavoro minorile

Sono dati che destano grande preoccupazione quelli che l’Osservatorio nazionale sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza (Paidòos) ha diffuso ieri. Dati che raccontano di un’Italia che, “morsa” dalla crisi, non disdegna di chiedere ai più piccoli di lavorare. L’indagine, condotta da Datanalysis su un campione di famiglie italiane intervistate a novembre 2014, ha infatti acceso un faro su fenomeni che vengono erroneamente considerati distanti da noi: il lavoro minorile e l’abbandono scolastico. E che, come è facile comprendere, impattano in maniera dannosa sul benessere psicofisico dei nostri figli.

lavoro minorile
image by RimDream

Sfruttati anche a casa

Il Rapporto ha svelato che gli under 16 che, in Italia, destinano buona parte della loro giornata al lavoro sono 280 mila di cui 30 mila a rischio sfruttamento. Cosa significa? Che i giovanissimi lavoratori vengono molto spesso impiegati in lavori pericolosi (che si svolgono di notte o che li costringe a maneggiare sostanze e attrezzi che potrebbero ferirli o danneggiarli), rinunciando a preziose ore di sonno che li spinge, nel 18% dei casi, ad abbandonare la scuola. Ma c’è di più: secondo quanto riportato dall’Osservatorio, circa il 50% dei baby lavoratori non viene pagato anche perché, nel 33% dei casi, lavora a casa e, nel 40% dei casi, nell’attività condotta da mamma e papà. Come dire che lo sfruttamento minorile parte proprio dalle mura domestiche. E il peso che i genitori hanno in queste delicatissime dinamiche è, a dir poco, importante. E rappresenta forse l’elemento più allarmante messo in evidenza dal Rapporto che ha sostanzialmente snudato una certa “indulgenza” nei confronti del lavoro minorile. Il 54% del genitori intervistati ha, infatti, dichiarato di giustificare (almeno in parte) la scelta di far lavorare il proprio figlio, alla luce delle difficoltà economiche legate al protrarsi della crisi. Solo il 34% del campione ha, invece, opposto netta resistenza alla possibilità che il proprio figlio lasci i banchi di scuola, mentre l’11% non ha fornito una risposta chiara. Ancora: il 25% delle mamma e dei papà interpellati da Datanalysis ha risposto che, qualora il proprio figlio manifestasse l’intenzione di lasciare la scuola per andare a lavorare, non glielo impedirebbe, pur ritenendola una scelta sbagliata.

Leggi tutto

Pagamenti elettronici: i giovani preferiscono le carte prepagate

carte di credito

L’abitudine di pagare senza mettere più mano al portafogli si fa sempre più diffusa anche da noi. A fornirci un quadro aggiornato sui pagamenti elettronici (ovvero quelli effettuati con forme alternative al contante) è l’ultimo Osservatorio sulle carte di credito di Assofin, Crif e Gfk che ha, tra le altre cose, rilevato come gli italiani tendano a pagare elettronicamente anche per importi relativamente contenuti.

carte di credito
image by tuthelens

L’Osservatorio ha certificato che, nel 2014, il numero dei pagamenti avvenuti senza utilizzare le monete sonanti (o le banconote) è cresciuto del 6,5% in un anno (facendo segnare un ulteriore avanzamento rispetto al +5,4% rilevato nel 2013). E che ad aumentare del 3,7% sono state anche le transazioni, mentre l’importo medio annuo è risultato in calo del 3%, essendo passato dai 1.911 euro del 2013 ai 1.860 euro del 2014. Per quanto riguarda specificamente le carte di credito: nel 2014, il loro numero è diminuito del 3,5% (per effetto, soprattutto, delle politiche di razionalizzazione promosse dall’offerta), mentre le transazioni sono aumentate del 9,6%. Ma il dato forse più interessante è quello che riguarda l’importo medio che è risultato pari a 84 euro (era di 87 euro l’anno precedente). Cosa vuol dire concretamente? Che i possessori di carta di credito hanno imparato a “sfoderarla” non solo quando devono sostenere spese pesanti, ma anche per importi relativamente bassi come può essere, ad esempio, una spesa un po’ più abbondante al supermercato. Con un effetto benefico anche sul fronte della trasparenza dei consumi perché la tracciabilità dei pagamenti consente di avere il polso esatto di ciò che gli italiani comprano e di quanto spendono per averlo.

Leggi tutto

Franchising: sempre più donne imprenditrici

franchising

C’è uno specifico comparto – quello del franchising – che, nel nostro Paese, si colora sempre più di rosa. Le donne imprenditrici a capo di un punto vendita “affiliato” sono, infatti, 16.900 e rappresentano il 33,15% del totale costituito da 51 mila imprenditori. Una quota che risulta in crescita del 20% rispetto al 2008. I dati, relativi al 2014, sono stati elaborati dalla Rds & Company per il Salone del Franchising che si svolgerà a Rho dal 23 al 26 ottobre.

franchising
image by Stokkete

Ma c’è di più: l’elaborazione ha rilevato che il franchising italiano muove qualcosa come 23 miliardi di euro di giro d’affari e conta 950 catene con 51 mila negozi che danno lavoro a 180 mila persone. E le cose sembrano destinate ad andare sempre meglio, visto che i dati relativi al primo semestre del 2015 hanno già fatto registrare una crescita dello 0,6%, dopo anni di stasi. Tornando alle donne imprenditrici, le loro preferenze si sono concentrate su settori merceologici ben precisi come quello dell’abbigliamento, degli accessori moda, dei cosmetici e della profumeria, degli articoli per la casa e di quelli per i bambini. Ma anche del  food & bevarage e della salute e del benessere perché se è vero che le donne hanno un occhio particolare per tutto ciò che fa moda, è altrettanto vero che non trascurano (quasi) mai l’importanza di una sana alimentazione e di un corretto stile di vita. Ancora: le regioni italiane che vantano il maggior numero di donne a capo di punti commerciali affiliati sono la Lombardia, il Lazio, il Veneto, la Campania e la Puglia. Quanto ai meriti che vengono riconosciuti loro dalle catene commerciali che scelgono di metterle a capo di qualche negozio, vanno sicuramente segnalate la forte auto-motivazione, la propensione a mettersi in gioco, la capacità di studiare, quella di gestire il personale e di organizzare il lavoro. Tutte cose che le donne imprenditrici farebbero meglio dei loro colleghi in giacca e cravatta.

Leggi tutto

Servizi più onerosi e meno efficienti: in 7 anni rincari del 31,4%

servizi

Quanto spendiamo per usufruire dei cosiddetti servizi essenziali? Troppo, secondo l’Osservatorio nazionale di Federconsumatori, che ha notato come, a fronte di rincari sempre più pesanti, la qualità dei servizi pubblici sia andata costantemente calando. Con buona pace di quanti ci hanno sempre raccomandato – giustamente – di pagare le tasse per contribuire al benessere dell’intera collettività.

servizi
image by Tupungato

Ma vediamo nel dettaglio quello che è emerso dall’indagine che ha focalizzato l’attenzione sulla spesa media sostenuta, nel 2014, da una famiglia tipo costituita da 3 persone (mamma, papà e un figlio). Una famiglia che vive in una delle 14 città più grandi d’Italia, in un appartamento di 100 metri quadrati, disponendo di un reddito annuo di 36 mila euro. Ebbene, per usufruire dei servizi sanitari, dei trasporti pubblici, degli asili nido, del servizio che si occupa di raccogliere i rifiuti e di quello che fornisce l’acqua, la nostra famiglia tipo ha speso mediamente, l’anno scorso, 2.398 euro, il 31,47% in più di quello che aveva dovuto sborsare nel 2007. Con differenze significative da una città all’altra: la più cara è risultata Torino (con una spesa media stimata in 2.760 euro), seguita da Roma (2.637 euro), Genova (2.609) e Napoli (2.514). Di contro, i servizi essenziali costano di meno a Venezia (2.132 euro) e risultano relativamente economici (rispetto alla media nazionale) anche a Cagliari (2.209 euro), Firenze (2.225 euro) e Milano (2.247 euro). 

Leggi tutto

Agricoltura sociale, nuova frontiera del welfare?

agricoltura sociale

Il connubio tra la la campagna e il benessere (non solo economico) delle persone si starebbe facendo sempre più forte. E’ questa la convinzione della Coldiretti che ha diffuso i dati di una recente indagine (commissionata alla Ipr Marketing) dalla quale si evince una crescente voglia di “verde” tra gli italiani. E un montante interesse per la cosiddetta agricoltura sociale.

agricoltura sociale
image by herjua

Il 68% degli interpellati (praticamente 7 connazionali su 10) ha, infatti, dichiarato di sognare una vecchiaia in campagna esprimendo alto gradimento per gli agri-ospizi, strutture immerse nella natura dedicate all’accoglienza degli anziani. E la percentuale si fa ancora più alta e raggiunge il 78% (più di 3 intervistati su 4) tra coloro che vorrebbero che i loro figli frequentassero una fattoria didattica dove poter entrare in contatto diretto non solo con le piante coltivate, ma anche con gli animali allevati. E non si tratta che di soli due esempi. L’agricoltura sociale, che sancisce un legame tra la cura della terra e quella delle persone, sembra infatti destinata a “sbancare” anche da noi. Per comprendere meglio questa “galassia” in continua espansione, basti pensare che le imprese o le cooperative italiane che hanno fin qui scelto di puntare sull’agricoltura sociale sono oltre 1.100. E che i soggetti coinvolti (decine di migliaia) sono persone “svantaggiate”: rifugiati, tossicodipendenti, detenuti, disabili, disoccupati di lunga durata, che cercano un punto (o un elemento, la terra) da cui ricominciare. E su cui incardinare il loro recupero psico-fisico

Leggi tutto

Pubblica amministrazione sprecona: costa cara agli italiani

sprechi

Dici Pubblica amministrazione e pensi alla mole di scandali che ha contribuito ad allontanare i cittadini dalla politica. Per effetto degli sprechi che vengono regolarmente contestati a chi dovrebbe governarci con scrupolo e oculatezza. Una recente indagine del Codacons – condotta sulla scorta dei numeri forniti da un documento redatto dal ministero dell’Economia – ha confermato l’immagine (poco lusinghiera) di una Pubblica amministrazione “sprecona”, lontana anni luce dalla spending review più volte annunciata.

sprechi
image by Tom Saga

Secondo i calcoli dell’associazione, infatti, gli sprechi degli amministratori pubblici (locali e centrali) costerebbero a ogni singola famiglia italiana 1.250 euro all’anno. Una cifra importante, legata alla scarsa capacità (per non dire inesistente) degli enti pubblici di economizzare. Lo studio ha infatti messo in evidenza come la spesa risulti fuori controllo non tanto (e non solo) perché si concentra, troppo spesso, su prodotti tutt’altro che utili alla collettività (dagli slip intimi dei consiglieri regionali alle cene luculliane consumate su e giù per lo Stivale), ma anche perché quando acquistano beni e servizi indispensabili, le pubbliche amministrazioni italiane dimostrano di non essere capaci di risparmiare. “Accade così – si legge nella nota diffusa dal Codacons – che per i carburanti, gli enti pubblici arrivino a spendere il 13,6% in più rispetto alle tariffe fissate dalla Consip; per un personal computer la maggiore spesa è del +25,8%; per la telefonia +22,6%; per una fotocopiatrice +38%, fino ad arrivare al +68,2% di spesa per una stampante individuale”. 

Leggi tutto

Famiglie e imprese meno tartassate

tasse

A dare conforto al premier Matteo Renzi, che non manca mai di sottolineare come il suo esecutivo abbia abbassato le tasse agli italiani, arrivano i dati forniti dall’Ufficio Studi della Cgia di Mestre. Che ha fatto i conti in tasca ai contribuenti del Bel Paese scoprendo come (fatta eccezione per alcune categorie come i lavoratori autonomi, che continuano a essere i più svantaggiati) il governo in carica abbia, in definitiva, reso il carico fiscale meno gravoso.

tasse
image by Rawpixel

Risparmi per famiglie e imprese

Calcolatrice alla mano, infatti, con il governo Renzi, la tassazione sulle famiglie sarebbe scesa di 7,163 miliardi di euro e quella sulle imprese di 8,329 miliardi di euro. Tra le riduzioni che hanno interessato le famiglie italiane, l’ormai arcinoto bonus mensile di 80 euro, il bonus bebè, le deduzioni Irpef per la locazione della nuova abitazione e le detrazioni fiscali previste per gli inquilini di alloggi sociali. Tutte misure che, sommate a molte altre, secondo i calcoli dei tecnici della Cgia, avrebbero determinato una riduzione delle tasse pari a 10,852 miliardi di euro. Di contro, il governo Renzi ha reso più pesante la tassazione delle rendite finanziarie, l’Imu sui terreni montani, il bollo delle auto storiche, le tasse sui fondi pensione e quelle sul Tfr. Per un totale di 3,689 miliardi di rincari che, comunque, lascerebbe il saldo altamente positivo con un risparmio stimato (come già detto) in più di 7,1 miliardi di euro. E come è andata alle imprese? Tra i provvedimenti più apprezzati, il taglio dell’Irap, gli sgravi contributivi per chi assume a tempo indeterminato e le riduzioni del diritto annuale delle Camere di Commercio. Ma c’è anche chi non beneficia più degli sgravi perché assume disoccupati di lunga durata o chi non gode più delle agevolazioni legate alla produzione di energia da fonti agro-forestali rinnovabili. Detta in cifre: il totale delle riduzioni, pari a 9,291 miliardi di euro, e il totale degli aumenti, pari a 962 milioni di euro, hanno permesso alle imprese italiane di risparmiare più di 8,320 miliardi di euro.

Leggi tutto

Cassa integrazione: -41,7% ore autorizzate in un anno, ma è davvero così?

cassa integrazione

Lo scorso mese di agosto ha fatto registrare un significativo calo delle ore di cassa integrazione autorizzate: è questo ciò che emerge dall’ultima rilevazione dell’Osservatorio ad hoc avviato dall’Inps. Un dato che, se da una parte ha rinforzato l’ottimismo di chi crede che le riforme attuate dal governo in carica stiano dando i loro frutti; dall’altra, ha invece insospettito i più prudenti, come il segretario confederale della Uil, Guglielmo Loy.

cassa integrazione
image by CoolKengzz

I dati che certificano la flessione

Ma procediamo con metodo, partendo dai numeri diffusi dall’Osservatorio. Secondo l’ente di previdenza, nel mese di agosto, il totale delle ore di cassa integrazione autorizzate sono state 39 milioni 331 mila e 427. Di queste, 25.259.761 concesse a operai e 14.071.666 a impiegati. Più nel dettaglio: le ore di cassa integrazione ordinaria sono state 3.847.456, quelle di cassa integrazione straordinaria 25.696.525 e quelle di cassa integrazione in deroga 9.787.446. Viste così sembrerebbero cifre enormi, ma il confronto con l’anno precedente (agosto 2014) dimostra che, in questi ultimi dodici mesi, il numero totale di ore autorizzate è sceso del 41,7%, per effetto soprattutto della cassa integrazione straordinaria il cui numero di ore concesse si è quasi dimezzato (-49,1%). E anche rispetto al precedente mese di luglio, le cose sono andate meglio, se si considera che il totale di ore autorizzate aveva raggiunto quota 52.395.770, praticamente il 6,3% in più rispetto a quelle rilevate ad agosto. 

Leggi tutto

Costruzioni: ma quali miglioramenti? In Italia vincono le opere incompiute

costruzioni

Il sentore è che si senta l’esigenza di aggrapparsi all’unico spiraglio disponibile per convincersi che le cose stiano andando meglio. A cosa ci riferiamo? All’ultima rilevazione dell’Istat sulla produzione nelle costruzioni che, come è noto, è uno dei settori che ha subito maggiormente i “contraccolpi” della crisi. Ebbene, nel mese di luglio, l’istituto di statistica ha certificato un aumento, rispetto al precedente mese di giugno, dello 0,3%, ma si tratta dell’unico avanzamento rilevato.

costruzioni
image by Dmitry Kalinovsky

Rispetto a luglio 2014, infatti, la produzione nel settore dell’edilizia è calata di un ulteriore 0,6% e non è andata meglio nel trimestre maggio-luglio che ha perso 1,5 punti percentuale rispetto ai tre mesi precedenti. Per non parlare del dato relativo ai primi 7 mesi del 2015 (gennaio-luglio) che ha fatto registrare una contrazione del 2,3% su base annua. Eppure quasi tutti gli organi di informazione hanno scelto ieri di marcare l’accento sull’unico dato positivo (il +0,3% registrato su base mensile), che è comparso sui “titoloni” per diffondere l’ennesima stilla di ottimismo. Un ottimismo che – a ben guardare – potrebbe essere smorzato dalla semplice lettura dell’Anagrafe delle opere incompiute (di interesse nazionale) aggiornato dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, che restituisce la fotografia (poco esaltante) di un Paese fatto di scheletri di cemento e di grandi “cattedrali nel deserto” abbandonate all’incuria. O di strade che attendono di essere ultimate e segnano distanze incolmabili tra località poste a pochi chilometri tra loro.

Leggi tutto

La ripresa c’è, ma molto resta ancora da fare

ripresa

Contagiata dall’ottimismo diffuso degli ultimi giorni, anche la Confesercenti ha voluto rivedere al rialzo le stime di crescita del nostro prodotto interno lordo. Secondo lo studio che l’associazione ha commissionato alla Ref Ricerche, infatti, il Pil del 2015 arriverà allo 0,8% e quelli del 2016 e del 2017 si attesteranno all’1%. Per effetto di una serie di fattori che, secondo Confesercenti, stanno già profilando uno scenario di lenta ripresa. O per lo meno un’inversione di tendenza.

ripresa
image by Per Bengtsson

Per quanto riguarda il settore di più stretta competenza, il commercio al dettaglio, l’associazione prevede un cambiamento in positivo vaticinando, per il 2017, l’avvio di 5 mila imprese in più. E incoraggianti miglioramenti si dovrebbero riscontrare anche sul fronte dei consumi che, secondo la Confesercenti, hanno già ripreso quota grazie (anche) al chiacchierato bonus fiscale ovvero agli 80 euro mensili che Mattero Renzi ha messo in tasca a molti italiani. Il risultato? Secondo il rapporto, i consumi dovrebbero salire quest’anno dello 0,6%, l’anno prossimo dello 0,9% e nel 2017 dell’1%

Leggi tutto

Milano più cara di Roma, ma tagliarsi i capelli a Oslo costa una fortuna

potere d'acquisto

La differenza tra i Paesi più ricchi e quelli più svantaggiati può essere calcolata anche sulla base delle ore di lavoro che occorre totalizzare per regalarsi l’ultimo smartphone in commercio. A capirlo bene è stata la banca svizzera UBS che ha recentemente diffuso i dati di un’indagine che ha passato in rassegna i prezzi e i salari di 71 città del mondo. Quello che ne è venuto fuori è uno spaccato “tragicomico”, in cui il gap tra il Nord e il Sud del globo appare ancora troppo marcato.

potere d'acquisto
image by Zerbor

Gli stipendi più alti in Svizzera

Nella classifica del potere d’acquisto, a primeggiare sono Zurigo e Ginevra. Le due città svizzere sono, infatti, quelle che consentono ai loro abitanti di acquistare il maggior numero di beni, anche perché li pagano con gli stipendi più alti del mondo. Un buon livello di potere d’acquisto è stato rilevato anche a Lussemburgo, mentre Roma si posiziona al 29simo posto della classifica mondiale, facendo comunque molto meglio di Milano, che si ferma al 38simo. Nelle retrovie troviamo, invece, Kiev, Nairobi e Giacarta dove lo stipendio intascato equivale mediamente al 5% di quello che viene percepito da un lavoratore di Zurigo. Con inevitabili ripercussioni sulle possibilità di acquisto. Qualche esempio? Per comprare un banale Big Mac (uno degli hamburger più gettonati della catena McDonald’s), a Hong Kong basta lavorare 9 minuti, a Zurigo 11, a Roma e Milano 18, mentre a Nairobi occorre “sgobbare” per ben 173 minuti (quasi tre ore). E se si alza la posta ipotizzando di voler acquistare un Iphone 6, i numeri segnano divari ancora più profondi: a Zurigo occorre lavorare meno di 21 ore, a New York 24 ore esatte, a Pechino 9 giorni, a Nairobi quasi 20 giorni e a Giacarta più di 26 giorni

Leggi tutto

Luglio segna un calo dell’import-export

export

Nel mese di luglio, abbiamo importato ed esportato di meno. A certificarlo l’Istat che ha rilevato, rispetto al precedente mese di giugno, un calo dell’import pari al 3,7% e dell’export pari allo 0,4%

export
image by Curioso

La diminuzione delle importazioni è da riferire al -6,4% registrato con i Paesi extra europei e al -1,7% che ha coinvolto, invece, i mercati dell’Ue. E si è tradotta in un calo che ha interessato praticamente tutte le categorie merceologiche, fatta eccezione per i beni di consumo durevole che hanno fatto registrare un +3,9% su base mensile. Stime più contenute, invece, per le esportazioni: quelle verso i Paesi europei sono calate dell’1,5%, mentre quelle verso i Paesi extra europei sono aumentate dell’1%. E se i prodotti energetici hanno fatto registrare un vero e proprio “tonfo” (-18,1%), per tutte le altre tipologie di beni si è rilevata, invece, una crescita dello 0,4%. Il “passo indietro” documentato dall’Istat su base mensile non fa il paio con le stime che certificano le variazioni rispetto a luglio del 2014. In un anno, infatti, le importazioni italiane sono aumentate del 4,2% e le esportazioni del 6,3%. Più nel dettaglio: a luglio, abbiamo importato l’8,9% in più dai Paesi europei e l’1,6% in meno da quelli extra europei e abbiamo esportato il 5,7% di beni in più nell’Ue e il 7% in più nel resto del mondo.

Leggi tutto

Confindustria vede rosa: Pil all’1% nel 2015

Pil

Se dovessimo idealmente assegnare la medaglia dell’ottimismo a uno dei tanti istituti impegnati ad analizzare gli scenari economici, a vincerla sarebbe senz’altro il Centro Studi di Confindustria. Che ha ieri rivisto al rialzo le stime di crescita del nostro Paese arrivando a vaticinare un aumento del Pil che quest’anno dovrebbe raggiungere l’1% e l’anno prossimo spingersi fino all’1,5%. Per meriti che – è doveroso precisarlo – sono più esterni che interni.

Pil
image by xtock

L’analisi dei tecnici di Confindustria ha, infatti, preso le mosse da un’attenta ricognizione di ciò che è avvenuto a livello globale intrattenendosi sui tanti elementi che hanno favorito la crescita economica anche nel nostro Paese. Secondo i tecnici di viale dell’Astronomia, nei mesi estivi, si è assistito a una frenata del commercio mondiale (strettamente connessa alla piccola crisi delle economie emergenti come la Cina), a un nuovo calo del prezzo del petrolio e a un cambio dell’euro sempre più favorevole, con i tassi di interesse più bassi di sempre. Per quanto non vadano trascurati anche elementi che hanno determinato uno “scombussolamento” generale come la crisi greca che ha tenuto banco per diverse settimane. 

Leggi tutto

Disoccupati e inattivi: luci e ombre di un’Italia che arranca ancora

disoccupati

L’Istat ha pubblicato un corposo documento sul mercato del lavoro di cui vi abbiamo reso conto ieri, intrattenendoci sui dati che riguardano l’occupazione. Ma l’istituto di statistica ha fornito una ricognizione a tutto tondo, che non poteva trascurare quel segmento di popolazione costituito dai disoccupati e dagli inattivi. In un Paese, come il nostro, in cui la crisi si è fatta sentire con particolare veemenza causando perdite occupazionali importanti, il trend è cambiato? O si fatica (come e più di prima) a trovare un impiego? La verità – come spesso accade – sta nel mezzo, come si può dedurre da un’attenta lettura dei dati aggiornati dall’Istat.

disoccupati
image by Andrey_Popov

Resta il divario Nord-Sud

Partiamo dal tasso di disoccupazione che, nel secondo trimestre del 2015, si è attestato al 12,1%, facendo registrare una flessione leggerissima, pari allo 0,1%, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In pratica: la quota dei disoccupati è rimasta pressoché invariata e ha coinvolto ben 3 milioni e 101 mila persone. Ancora: se il tasso di disoccupazione di lunga durata (che interessa cioè coloro che cercano lavoro da almeno un anno) è diminuito del 2,4% (su base annua), ad aumentare è stata invece la quota dei disoccupati con precedenti esperienze lavorative. Senza considerare che gli andamenti non sono dappertutto uguali. Il tasso di disoccupazione del Nord si è fermato al 7,9% e ha segnato una flessione dello 0,3% rispetto al secondo trimestre del 2014. Quello del Centro ha raggiunto, invece, il 10,7% avanzando dello 0,1% in un anno, mentre il tasso del Mezzogiorno (che è rimasto stabile) si è attestato al 20,2%. E anche l’anagrafe può fare la differenza: tra i 15-24enni, il tasso di disoccupazione è risultato pari al 41,1% (in calo dello 0,5% rispetto all’anno precedente), tra i 25-34enni ha raggiunto il 18,6% (+1,1% in un anno), tra i 35-49enni è stato pari al 9,5% (-0,3%) e tra i 50-64enni è salito dello 0,2% attestandosi al 6,1%. Di più: il tasso di disoccupazione tra gli italiani è aumentato, in un anno, dello 0,3% raggiungendo l’11,6%, mentre quello degli stranieri, risultato pari al 16,2%, è sceso dello 0,9%. Variazioni (più o meno significative) che restituiscono l’immagine di un quadro in continuo divenire. Per quanto alcune cose sembrano non cambiare mai. Stando ai dati riportati dall’Istat, infatti, l’88,9% delle persone che cercano un lavoro continua a rivolgersi a parenti, amici e conoscenti (confidando in qualche provvidenziale segnalazione). Lo fanno soprattutto i più anziani e coloro che non possono vantare un titolo di studio alto, mentre i laureati preferiscono muoversi autonomamente inviando il proprio curriculum vitae

Leggi tutto

Banche: concedono tanti mutui, ma soffrono sempre di più

banche

Diciamoci la verità: le “quotazioni” delle banche, presso gli italiani, non sono altissime. Anzi: in anni di crisi come i nostri, molti connazionali hanno attribuito proprio agli istituti di credito la responsabilità di alcune scelte che – a loro parere – hanno finito per aggravare la situazione economica generale. Ciò nonostante, analizzare lo spaccato che ci viene periodicamente fornito dall’Abi (Associazione bancaria italiana) risulta, a nostro avviso, importante. Perché ci svela i dettagli di un mondo (quello creditizio appunto) al quale i non addetti ai lavori si avvicinano con grande prudenza. Per non dire diffidenza.

banche
image by Kevin George

I mutui fanno boom

Il rapporto mensile pubblicato ieri (e realizzato su un campione di 78 banche che rappresentano circa l’80% del mercato italiano) ha certificato che, nei primi 7 mesi del 2015, i finanziamenti erogati a favore delle imprese sono aumentati del 16% (rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente) e che i mutui concessi hanno fatto registrare un vero e proprio boom crescendo dell’82,2%. E a salire del 24,3%, secondo l’Abi, è stato anche il credito erogato a sostegno dei consumi. Ma le cose non sono così rosee come possono sembrare: le ultime rilevazioni, relative al mese di agosto, hanno infatti documento un calo dei finanziamenti a famiglie e imprese, scesi dello 0,1% rispetto all’anno precedente e dello 0,4% rispetto al precedente mese di luglio. Di contro, i prestiti concessi al settore privato sono aumentati dello 0,3% (rispetto all’anno scorso) e quelli all’economia (Pubblica Amministrazione inclusa) hanno fatto segnare un +0,6%. Detta “in soldoni”, se i prestiti che le banche italiane hanno erogato nel 2007 all’economia si sono fermati a 1.673 miliardi di euro, nel 2015 hanno raggiunto invece i 1.825 miliardi. E gli istituti di credito si sono rivelati più “generosi” anche nei confronti delle famiglie e delle imprese italiane, dal momento che i prestiti a loro concessi sono passati dai 1.279 miliardi del 2007 ai 1.410 di oggi. 

Leggi tutto

Meno fallimenti e chiusure, così le imprese riprendono fiato

fallimenti

Chiariamolo subito: il numero delle imprese italiane che hanno dovuto alzare bandiera bianca di fronte alla crisi arrivando, nei casi più gravi, a chiudere i battenti resta alto. Ma risulta comunque in calo, come documentato dall’ultima analisi realizzata dall’Osservatorio sui fallimenti e le chiusure del Cerved.

fallimenti
image by nito

I dati, relativi al secondo trimestre del 2015, hanno rilevato che, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, le chiusure sono calate del 6,2% “risparmiando” 18,3 mila imprese italiane. Dall’inizio dell’anno, il numero delle chiusure ha raggiunto quota 38,5 mila unità; un numero importante, ma che – come già accennato – segna comunque una flessione del 6,5% rispetto ai primi 6 mesi del 2014. Buone nuove anche sul fronte dei fallimenti che, tra aprile e giugno, sono calati dell’11,3% facendo segnare il miglior risultato dall’inizio della crisi. Detta altrimenti: in un anno, hanno evitato di spegnere le macchine ben 3,8 mila imprese italiane. E se il numero dei fallimenti rilevato nella prima metà del 2015 resta, comunque, alto (7,6 mila), esso risulta comunque in calo del 6,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. 

Leggi tutto

I prezzi aumentano dello 0,2%, ma l’inflazione resta stabile

inflazione

La panoramica sui prezzi al consumo scattata dall’Istat è quanto mai dettagliata, ma certifica (in soldoni) un’inflazione di fondo rimasta stabile, nel mese di agosto, per la maggior parte delle tipologie di prodotti monitorati. L’indice dei prezzi al consumo – al lordo dei tabacchi – ha segnato, ad agosto, un aumento dello 0,2% sia su base mensile che annua, con oscillazioni più o meno marcate per i beni e i servizi finiti sotto la lente dei tecnici dell’istituto nazionale di statistica.

inflazione
image by <a href=” image by marekusz

Vediamo nel dettaglio cosa è successo, partendo dal confronto col precedente mese di luglio. I prezzi dei beni sono calati dello 0,2%, mentre quelli dei servizi sono cresciuti dello 0,6%. Più precisamente, i prezzi dei beni alimentari sono aumentati dello 0,1%, quelli dei beni energetici sono diminuiti dell’1,3%, quelli dei tabacchi sono rimasti stabili, mentre quelli di altri beni sono calati dello 0,1%. Per quanto riguarda i servizi, invece, quelli relativi all’abitazione hanno mantenuto i prezzi invariati (rispetto a luglio), mentre i servizi relativi alla comunicazione hanno fatto registrare un incremento dei prezzi pari all’1,8%. Così come è accaduto per i servizi ricreativi e culturali i cui prezzi sono saliti dello 0,2% e, ancor di più, per i servizi relativi ai trasporti che hanno segnato un rincaro del 2,9%

Leggi tutto

Debito pubblico giù, entrate tributarie su

debito pubblico

Che la nostra economia fatichi più di molte altre a riprendersi per colpa di un debito pubblico monstre, è cosa nota a tutti. Per questo, l’ultimo aggiornamento fornito ieri dalla Banca d’Italia sulla finanza pubblica italiana – che certifica un piccolo “cambio di passo” – può giustificare un cauto ottimismo. Stando ai calcoli dei tecnici di via Nazionale, infatti, il nostro debito pubblico sarebbe sceso, a luglio, di 4,5 miliardi (rispetto al mese precedente) attestandosi sui 2.199 miliardi di euro.

debito pubblico
image by Lisa S.

E in discesa sono date anche le disponibilità liquide del Tesoro che, sempre nel mese di luglio, sarebbero diminuite di 4,7 miliardi di euro, passando dai 109,7 miliardi rilevati a luglio 2014 ai 96,2 miliardi di luglio 2015. Tornando ai dati sul debito pubblico, la flessione più significativa (pari a –3,5 miliardi di euro) l’hanno fatta registrare le amministrazioni centrali, mentre quelle locali hanno ridimensionato il loro debito di 1,2 miliardi. In controtendenza, invece, gli enti di previdenza che, a luglio, hanno fatto aumentare di 0,2 miliardi il loro debito pubblico. Ma cerchiamo di non farci troppe illusioni perché se è vero che il supplemento targato Bankitalia ha documentato un piccolo “cambio di rotta”, è altrettanto vero che allargando un po’ la prospettiva, i dati rimangono preoccupanti. Nei primi sette mesi dell’anno, infatti, il debito pubblico italiano è aumentato di 64,3 miliardi di euro, così come le disponibilità liquide del Tesoro che hanno fatto segnare un +49,8 miliardi di euro. 

Leggi tutto