E’ allarme cultura tra i minori, leggono poco e non visitano i musei

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E chi lo ha detto che essere poveri significa soltanto disporre di poche risorse economiche? La povertà passa anche dall’accesso ad attività e servizi che aiutano a crescere come individuo; un accesso che viene negato a molti bambini e adolescenti italiani. Ad accendere un faro sulla povertà educativa dei minori ci ha pensato Save the Children che illustrerà oggi, a Roma, i risultati di un rapporto che snuda verità sconfortanti. E impone un’accelerazione a tutti quegli attori (istituzionali e non) che dovrebbero lavorare per rendere più dignitose le condizioni di vita dei più piccoli.

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Stando ai dati raccolti nello studio, quasi il 25% dei quindicenni italiani non ha le competenze minime in matematica e quasi il 20% non le ha in lettura. Stime destinate a farsi ancora più alte al Sud e nelle Isole dove il 44,2% del campione monitorato fa fatica a confrontarsi con i numeri e il 44% non ha un buon rapporto con le lettere. E la situazione appare più compromessa nelle famiglie con un livello socio-economico e culturale basso dove la matematica è percepita come uno scoglio invalicabile dal 36% dei loro figli e la lettura risulta più che ostica al 29%. Come dire che i bambini e gli adolescenti che provengono da famiglie disagiate fanno più fatica degli altri ad apprendere ciò che dovrebbe aiutarli a realizzarsi come adulti di domani. I dati che emergono dalle nostre elaborazioni – ha commentato il direttore di Save the Children, Valerio Neririvelano un fenomeno allarmante: in Italia, una parte troppo ampia degli adolescenti è priva di quelle competenze necessarie per crescere e farsi strada nella vita. La povertà educativa risulta più intensa nelle fasce di popolazione più disagiate (non dimentichiamo che in Italia più di 1 minore su 10 vive in condizioni di povertà estrema) e aggrava e consolida, come in un circolo vizioso, le condizioni di svantaggio e di impoverimento già presenti nel nucleo familiare”.

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Produzione vini: Italia verso la leadership mondiale

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Se tutto va come deve andare, l’annata sarà da ricordare. E’ questa la convinzione della Coldiretti che vaticina tempi felici per i viticoltori italiani. L’organizzazione degli agricoltori vede rosa: oltre il 40% della produzione italiana di quest’anno riguarderà i 322 vini Doc (denominazione di origine controllata) e i 73 vini Docg (denominazione di origine controllata e garantita), mentre solo il restante 30% interesserà i vini da tavola. Detta altrimenti: l’annata promette non solo una produzione abbondante, ma anche di alta qualità.

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Stando ai calcoli fatti fin qui, infatti, dai vigneti del Bel Paese si dovrebbero ottenere quest’anno ben 47 milioni di ettolitri: una quantità che dovrebbe assicurarci il primato mondiale, visto che l’eterno competitor, la Francia, dovrebbe fermarsi a 46,5 milioni di ettolitri. E a supportare tanto ottimismo ci sono anche i dati Istat, relativi ai primi 5 mesi dell’anno, che fotografano una crescita dell’export dei nostri vini pari al 6%. Per quanto, nulla possa essere dato per scontato: “Molto dipenderà dalle prossime settimane in cui si inizierà a raccogliere la maggioranza delle uve e dall’andamento climatico delle settimane precedenti la raccolta – hanno puntualizzato dalla Coldiretti – In ogni caso, lo stato fitosanitario dei vigneti è in tutta Italia ad oggi molto buono, con assenza di situazioni di criticità, e la qualità attesa è ottima“.

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Il lavoro per i giovani italiani? All’estero

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Il dato è di quelli che fanno riflettere perché certifica un orientamento talmente diffuso da far credere che in troppi, ormai, considerano l’Italia un Paese “perduto”. Almeno dal punto di vista lavorativo che, per i nostri giovani, rappresenta un’assoluta priorità. Di cosa stiamo parlando? Del rapporto – realizzato dall’istituto Giuseppe Toniolo, in collaborazione con l’Università Cattolica – che documenta come il 90% dei giovani italiani, di età compresa tra i 18 e i 32 anni, ritenga pressoché inevitabile andare all’estero per trovare un lavoro adeguato alla sua formazione o confacente alle sue aspirazioni.

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Una percentuale altissima, che fa il paio con il 70% degli intervistati che ha dichiarato di considerare l’Italia un Paese che offre troppe poche opportunità a chi si affaccia al mercato occupazionale, a differenza di altri Paesi sviluppati che sembrano, invece, investire molto sul lavoro delle nuove generazioni. Da qui la scelta, inevitabile in molti casi, di puntare sulla mobilità: l’83,4% dei giovani interpellati ha, infatti, dichiarato di essere disponibile a cambiare stabilmente città per un impiego e, tra questi, il 61,1% crede che il biglietto vada staccato per un Paese straniero. Di più: stando a quanto documentato dal Rapporto Giovani, il 33,3% del campione (praticamente un under 33 su tre) sta pensando di lasciare l’Italia entro il 2016.

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Patrimoniali: salasso continuo, ma dal 2016 potremmo risparmiare

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Nella giungla di imposte che alleggeriscono il portafogli degli italiani, un posto d’onore va sicuramente riservato alle patrimoniali. Ovvero a quelle che gravano sulla ricchezza dei contribuenti, intesa come possesso di beni immobili (case, terreni) e immobili (auto, moto, imbarcazioni ecc…), senza trascurare eventuali investimenti finanziari od operazioni che attestino la presenza di somme di denaro più o meno importanti. L’ufficio studi della Cgia di Mestre ha certificato che le 14 patrimoniali esistenti in Italia sono costate, nel 2014, qualcosa come 48,6 miliardi di euro. E ha altresì documentato che, dal 1990 ad oggi, il loro gettito è cresciuto in maniera inarrestabile, impattando inevitabilmente sul Pil e sulle tasche dei connazionali.

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Partiamo dalla “schedatura” che comprende: l’imposta di registro e sostitutiva, le imposte di bollo, l’imposta ipotecaria, quella sui diritti catastali, l’Ici, l’Imu e la Tasi, il bollo auto, il canone Rai, l’imposta sulle transazioni finanziarie, quella sul patrimonio netto delle imprese, l’imposta sulla secretazione dei capitali “scudati”, quella sulle successioni e donazioni, le imposte straordinarie su immobili e depositi e l’imposta sui beni di lusso. Una sequela serrata che, come già detto, l’anno scorso è costata 48.653 milioni di euro agli italiani, con un gettito sul Pil pari al 3%. Cifre significativamente distanti da quelle rilevate nel 1990 (da dove parte la serie storica monitorata dalla Cgia) che faceva registrare un costo complessivo delle patrimoniali fermo sui 10.393 milioni di euro e un’incidenza sul Pil pari all’1,5% 

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Export: cresce al Sud, ma non nelle Isole

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Per una volta, è il Sud del Paese a fare meglio del Nord. Stando all’ultima rilevazione dell’Istat, nel trimestre compreso tra aprile e giugno del 2015, l’export delle regioni meridionali e insulari è cresciuto del 5,7% (rispetto ai tre mesi precedenti), superando il +5% delle regioni centrali e il +2,1% di quelle nordoccidentali. E segnando un andamento completamente differente rispetto ai territori del Nord-Est che, nel periodo preso in considerazione, hanno perso l’1,5% delle loro esportazioni.

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Ma l’istituto nazionale di statistica ha focalizzato la sua attenzione sui primi 6 mesi del 2015 rilevando che, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, è stato ancora una volta il Sud a fare meglio, con una crescita dell’export stimata al 7%. A seguire il Nord-Est (+6%), il Nord-Ovest (+4,7%) e il Centro (+4,3%), mentre le Isole hanno fatto registrare una flessione del 2,9%. Scendendo più nei particolari, si scopre poi che la crescita delle esportazioni nazionali è stata trainata dal Piemonte (+9,6%), dal Veneto (+7,3%) e dalla Lombardia (+2,6%). Mentre a mettere le ganasce sono state la Sicilia (-8,2%), le Marche (-2,8%) e il Molise (-3,3%). E se vi state chiedendo con quali Paesi, le nostre regioni hanno concluso gli affari più redditizi, sappiate che, tra gennaio e giugno del 2015, il Piemonte è riuscito a vendere agli Stati Uniti il 76,5% dei prodotti in più, rispetto all’anno precedente. Così come hanno fatto anche la Lombardia (+19,5%) e il Lazio (+58,4%). I cali più pesanti hanno, invece, interessato regioni come l’Emilia Romagna (-32,4%), il Veneto (-32,2%) e la Lombardia (-26,1%) che non sono più riuscite a “piazzare” i loro prodotti in Russia. Ma anche le esportazioni campane negli Stati Uniti sono scese del 30,6% e quelle siciliane verso i Paesi Opec del 20,8%. 

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Produzione industriale: su del 2,7% in un anno. Per merito di auto ed energia

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E sono tre. Dopo i segnali positivi registrati sul fronte del mercato del lavoro e dei consumi, il Governo ha incassato ieri la terza “benedizione” dall’Istat che ha rilevato una crescita della produzione industriale. Soprassedendo qui sulla madre delle questioni – ovvero quanto merito debba essere riconosciuto all’operato dell’esecutivo in carica e quanto alle condizioni favorevoli che si sono create al di fuori dei nostri confini nazionali (tra tutte, la svalutazione dell’euro, il calo del costo del petrolio e il “Quantitative Easing” voluto da Mario Draghi) – ci limiteremo qui a registrare i dati che segnano, comunque, un avanzamento della nostra economia produttiva.

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Rispetto al precedente mese di giugno, a luglio, si è registrata una crescita dell’1,1% e, se si prende in considerazione l’anno precedente, la stima cresce fino al 2,7%. Anche la performance dell’ultimo trimestre monitorato dall’Istat (maggio-luglio) ha fatto registrare un incremento dello 0,5% rispetto ai tre mesi precedenti, così come è aumentata dello 0,7% (su base annua) la produzione industriale dei primi sette mesi del 2015. La crescita congiunturale (ovvero stimata rispetto al mese precedente) ha interessato principalmente il settore dell’energia (+7,1%) e quello dei beni di consumo (+1%). Mentre i beni intermedi e quelli strumentali si sono fermati rispettivamente sul +0,6 e +0,3%.

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Partite Iva: aperture in calo del 6,9%. Colpa del Jobs Act?

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Il mese di luglio ha fatto registrare un calo del numero delle Partite Iva aperte, che si sono fermate a 40.316 unità, il 6,9% in meno rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Il motivo? I tecnici del Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia sospettano che la responsabilità sia da imputare al Jobs Act che, con gli incentivi fiscali promossi per chi assume a tempo indeterminato, avrebbe favorito la crescita del lavoro dipendente a scapito di quello autonomo.

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Ma entriamo un po’ più nel dettaglio: l’indagine ha reso noto che la quota delle nuove partite Iva riferibili a persone fisiche si è attestata, a luglio, al 26% (il 10,9% in meno su base annua), quella riferibile alle società di capitali ha quasi raggiunto il 26% (+6% in un anno), mentre la percentuale delle Partite Iva aperte da società di persone non è andata oltre il 5,6% del totale, scendendo del 9,3% rispetto a luglio 2014.

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Cresce il lavoro stabile, ma aumentano anche le cessazioni

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Le stime consegnate ieri dall’Osservatorio sul precariato dell’Inps sembrerebbero confermare gli orientamenti di chi pensa che qualcosa, nel mondo del lavoro, stia cambiando (in meglio). L’istantanea dell’istituto di previdenza ha, infatti, rilevato che, nei primi 7 mesi dell’anno, il numero delle assunzioni a tempo indeterminato è aumentato, in un anno, di 286.126 unità raggiungendo quota 1.093.584, il 35,4% in più.

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In pratica, il lavoro in Italia tenderebbe a farsi sempre più “stabile”, ma prima di cedere ai facili trionfalismi, occorre approfondire l’analisi della fotografia. Che rivela, per esempio, che nello stesso periodo preso in considerazione, anche i contratti a termine sono aumentati di 1.925 unità per un totale di 2.069.066 che ha fatto segnare un avanzamento minimo, pari allo 0,1%, rispetto all’anno precedente. A calare sono state, invece, le assunzioni in apprendistato (-11.521 unità), mentre le cessazioni sono aumentate di 41.006 unità.

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Maker Faire Rome: a ottobre, tre giorni tra robot e droni

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“Cervelloni” di tutta Italia, alzatevi. E datevi appuntamento a Roma dove, dal 16 al 18 ottobre, tornerà la grande fiera dedicata all’innovazione e alla scienza. L’edizione 2015 del Maker Faire Rome si svolgerà all’Università “La Sapienza” che, per l’occasione, diventerà una vera e propria “città del futuro”, con tanto di droni, robot e umanoidi pronti a stupire i visitatori.

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L’evento, organizzato dalla Camera di Commercio di Roma, intende promuovere l’incontro tra scienza, fantascienza, tecnologia, innovazione e divertimento. Puntando tutto sulle 600 invenzioni (provenienti da 65 Paesi diversi) che verranno “messe in vetrina” e sulle attrazioni studiate per conquistare non solo gli appassionati della prima ora, ma anche i più “tecno-scettici”. 

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Ma quale Made in Italy? Molti ingredienti vengono dall’estero

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Chi può darci la garanzia che ciò che acquistiamo come prodotto Made in Italy sia stato veramente realizzato con materie prime nazionali? Secondo Coldiretti, nessuno. L’organizzazione degli agricoltori italiani ha lanciato un allarme sulla trasparenza delle indicazioni riportate nelle etichette degli alimenti che portiamo a tavola, denunciando il “lassismo” di certe direttive europee che sembrano favorire la commercializzazione di alimenti poco sicuri.

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Secondo Coldiretti, infatti, il 33% della produzione complessiva di prodotti agroalimentari venduti con il marchio Made in Italy contiene, in realtà, materie prime straniere. All’insaputa dei consumatori che mettono, sempre più spesso, nel carrello della spesa beni che non possono vantare un'”italianità” al 100%. Si tratterebbe, secondo Coldiretti, di una mossa legata alla volontà di risparmiare, puntando su materie più scadenti e dunque meno costose e facendo leva su un sistema di controlli non troppo stringenti. 

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Consumi: è stato un luglio da record, +2,1% in un anno

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In un quadro generale che appare più confortante, l’ufficio studi di Confcommercio ha certificato ieri un miglioramento degli indici che misurano la voglia di spendere degli italiani. In pratica, i nostri connazionali starebbero mettendo più frequentemente mano al portafogli per acquistare beni e servizi considerati più o meno importanti. Qualche numero? L’indicatore dei consumi di luglio ha fatto registrare una crescita dello 0,4% rispetto al mese precedente e del 2,1% rispetto all’anno precedente, portando a casa il miglior risultato degli ultimi 5 anni.

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L’analisi di Confcommercio sembrerebbe dunque incoraggiare un cauto ottimismo, anche alla luce di altri dati. Come quello che riguarda il clima di fiducia delle famiglie italiane che sarebbe in ascesa, a differenza delle imprese che manterrebbero, invece, un atteggiamento più cauto (soprattutto quelle manifatturiere e quelle che forniscono servizi di mercato). E scenari più rosei, secondo Confcommercio, si sarebbero profilati anche per l’occupazione, con 44 mila occupati in più, a luglio, rispetto al mese precedente, e 143 mila disoccupati in meno. E un tasso di disoccupazione, fermo al 12%, che ha fatto registrare la migliore performance degli ultimi 2 anni.

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Contraffazione e contrabbando: danni per 4 miliardi alla nostra economia

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Acquistare prodotti contraffatti è un’abitudine assunta da sempre più italiani che sottostimano l’entità del danno arrecato alla nostra economia. A fare il punto della situazione è stata Confagricoltura che, in collaborazione con la Fondazione Open, ha condotto uno studio approfondito sulla contraffazione alimentare e sul contrabbando di tabacco stimando una perdita (per il mercato lecito) di 4 miliardi di euro che impatta anche sul mercato occupazionale sottraendo 20 mila posti di lavoro.

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Quello della contraffazione alimentare è un fenomeno ampiamente diffuso che, stando al sondaggio riportato da Confagricoltura condotto su un campione di mille aziende, ha interessato il 41,8% delle imprese italiane con almeno 10 addetti. Per non parlare delle realtà più grandi, quelle che danno lavoro ad almeno 250 dipendenti, che nel 75% dei casi sono state vittime di contraffazione. E non si pensi che si tratti solo di un danno legato all’alimentazione e, dunque, alla salute (consumare prodotti alimentari contraffatti significa portare a tavola cibi sui quali non si hanno garanzie in termini di valori nutrizionali), ma anche di un danno economico ingente.

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Imprenditoria: ripartiamo dai giovani e dagli stranieri

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Le speranze sono legate all’intraprendenza dei nostri giovani e dei cittadini stranieri che in Italia hanno saputo reinventarsi. Se il sistema imprenditoriale nazionale riesce, infatti, ancora a reggere, il merito va riconosciuto – in buona quota – proprio a loro, che hanno avuto la meglio su difficoltà finanziarie e burocratiche di ogni sorta.

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A sostegno di quanto detto, i dati forniti da Unioncamere e Infocamere che, tra il 2012 e il 2015, hanno certificato un aumento di 86 mila unità delle imprese avviate dagli immigrati in Italia. Per un totale di 540 mila attività che rappresentano l’8,9% di tutto il tessuto produttivo nazionale. Gli imprenditori stranieri hanno puntato su ben specifici comparti come quello delle Costruzioni, del Commercio (sia all’ingrosso che al dettaglio) e del Noleggio. Ma non hanno tralasciato neanche il settore legato all’organizzazione dei viaggi, alla ristorazione e quello che si occupa di fornire servizi alle imprese.

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Aeroporti: luglio mette le ali al traffico passeggeri

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Non c’è troppo da stupirsi se lo scorso mese di luglio ha fatto registrare un boom di partenze in quasi tutti gli aeroporti europei. Le vacanze hanno fatto incrementare il numero di biglietti (aerei) staccati intensificando il traffico negli scali. A certificarlo l’ultima rilevazione dell’Aci Europe (l’associazione che riunisce 450 aeroporti del Vecchio Continente) che ha parlato di un aumento medio del traffico aereo del 6,7% su base annua.

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Le cose sono andate bene anche da noi: in Italia, il numero dei passeggeri che hanno preso un aereo a luglio è cresciuto del 5,8% rispetto all’anno precedente, con picchi particolarmente alti in alcune zone dello Stivale. Le performance dei grandi scali nazionali non sono state particolarmente entusiasmanti: Roma Fiumicino ha fatto registrare uno striminzito +3,6% (con 4,1 milioni di passeggeri in transito) dovuto ai disagi legati all’incendio che ha messo fuori uso parte del Terminal 3. Ma non è andato oltre il +3,8% neanche Milano Malpensa che, a luglio, ha visto transitare 1,8 milioni di passeggeri. 

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Economia: ai più piccoli la spiega Paperone

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New economy, default, patto di Stabilità, agenzie di rating sono termini che, in anni di galoppante crisi, abbiamo imparato ad accogliere nel nostro vocabolario giornaliero. Ma i più piccoli? A spiegare loro il significato di queste e altre parole che rimandano direttamente alla dimensione economica ci penserà Paperon de’ Paperoni (noto anche come Zio Paperone) che, dalle pagine del settimanale Topolino, fornirà ai giovani lettori i rudimenti di una disciplina che solitamente poco li alletta.

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L’idea è quella di pubblicare, dal prossimo numero in uscita domani mercoledì 9 settembre, quattro storie inedite che, senza rinunciare al gusto del racconto avvincente, riescano a fornire l’ABC dell’economia prendendo a pretesto la grande fortuna che lo Zione è riuscito ad accumulare negli anni. Quattro episodi dai titoli significativi: si partirà con “Ritrovare la fiducia perduta” e si continuerà con “Risparmio nella vita quotidiana” e “Per i giovani, il futuro”, per chiudere con “Il carrello della spesa”. A corredo un glossario in cui verrà spiegato il significato dei termini più tecnici e una serie di riferimenti storici (come la corsa all’oro o la crisi degli anni  ’20) di cui Paperone sarà non solo testimone, ma anche inedito protagonista. 

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Abolizione Tasi: a beneficiarne potrebbero essere soprattutto i ricchi

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“Il prossimo anno togliamo Tasi e Imu per tutti”, ha annunciato qualche giorno fa il premier Matteo Renzi, sottolineando la necessità di abbassare la pressione fiscale per aumentare il “tasso di libertà” e la “giustizia sociale” nel nostro Paese. Parole che, al di là degli orientamenti politici, non possono non allietare tutti i contribuenti che, però, sia detto per inciso, nel caso in cui la tassazione sulla prima casa dovesse realmente essere abolita, dovranno accertarsi che non aumenti quella applicata ad altri beni e servizi. Come hanno già maliziosamente vaticinato i detrattori del presidente del Consiglio.

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Ma veniamo alla faccenda iniziale, sulla quale l’ufficio studi della Cgia di Mestre ha voluto vederci più chiaro. Secondo i loro calcoli, l’abolizione della Tasi promessa dal premier comporterà un risparmio medio a italiano di 204 euro annui. A beneficiarne dovrebbero essere ben 19 milioni di contribuenti, ma per alcuni di loro le cose andranno particolarmente bene. Secondo la Cgia, infatti, i possessori di abitazioni di categoria catastale A2 (di tipo civile) risparmieranno 227 euro all’anno, quelli di abitazioni A3 (di tipo economico) 120 euro, mentre i possessori di abitazioni signorili e ville potranno risparmiare fino a 1.830 euro. E “sconti” ancora più interessanti sono previsti per chi ha la fortuna di possedere un castello tutto suo, con una riduzione di 2.280 euro annui che, anche per loro, potrebbe fare la differenza.

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Cibo etnico: agli italiani piace sempre di più

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Un piatto di lasagne resta sacro in Emilia Romagna e non si può lasciare Napoli senza aver fatto incetta di pesce e babà. Per non parlare dell’amatriciana proposta dai cuochi romani o della ricca pasticceria siciliana che fa ingrassare al solo sguardo. La cucina italiana accontenta davvero tutti i palati e, non a caso, si è imposta come modello in tutto il mondo. Eppure i nostri connazionali sembrano tradire una certa insofferenza se è vero che, con sempre maggiore interesse, guardano alle ricette degli altri Paesi.

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Il Rapporto Coop confezionato dalla Coldiretti ha, infatti, documentato, per il 2015, un incremento nell’acquisto di cibo etnico pari al 18% in un solo anno. A fronte di una spesa alimentare che è rimasta pressoché invariata. E se si prendono in considerazione gli ultimi 8 anni (quelli della crisi), i consumi dei prodotti etnici in Italia sono cresciuti addirittura del 93%. Perché? L’arrivo di sempre più stranieri, che in molti casi sono riusciti a integrarsi bene nelle nostre comunità, ha sollecitato gli italiani a sperimentare le ricette dei loro Paesi di origine, facendo loro scoprire (e apprezzare) aromi e sapori che vanno oltre la pizza e gli spaghetti. 

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Asili nido: i più cari a Lecco, i più economici a Catanzaro

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Poter contare su una struttura che si occupa del proprio bambino, quando si è a lavoro, è cosa che interessa molti italiani. Per questo, la rilevazione annuale condotta da Cittadinanzattiva sui costi e i numeri degli asili nido presenti sul territorio nazionale può aiutare a rendere ancora più nitida la fotografia del nostro Paese, soffermandosi su quel segmento di popolazione che deve mensilmente destinare una quota alla “cura” del proprio piccolo.

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Diciamolo subito: si tratta, in media, di una cifra non proprio da nulla. Per mandare al nido il loro bambino, mamma e papà devono, infatti, sborsare mensilmente qualcosa come 311 euro, rinunciando al 12% del loro budget familiare. E le cose si fanno particolarmente onerose per i genitori della Valle d’Aosta (la regione più cara) che devono pagare una retta mensile di 440 euro, mentre i loro “colleghi” della Calabria (la regione più economica) se la cavano con soli 164 euro al mese. 

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Occupati in crescita, disoccupati in calo. E’ tempo di festeggiare?

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Le stime che certificano la piccola crescita del numero degli occupati devono essere salutate con entusiasmo o con cautela? E’ giusto cedere all’ottimismo di chi marca l’accento sull’apparente “cambio di passo” o è più saggio non “infiammarsi” per gli incrementi da prefisso telefonico? I dati forniti ieri dall’Istat hanno esacerbato la distanza tra ottimisti e disillusi, fornendo l’ennesima istantanea di un Paese spaccato in cui il lavoro resta un’emergenza da affrontare.

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Partiamo dai dati relativi al secondo trimestre del 2015 che documentano un aumento dello 0,8% del numero degli occupati rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In pratica, secondo l’Istat, tra aprile e giugno, 180 mila persone (di cui 130 mila italiani e 50 mila stranieri) avrebbero trovato un impiego nel nostro Paese. Ma attenzione: se le cose sono andate decisamente meglio agli over 50 (+5,8% su base annua), a soffrire sono stati invece i più giovani: sia tra i 15-24enni che tra i 25-49enni, infatti, il numero degli occupati è risultato in calo (rispettivamente del 2,2 e dell’1,1%) rispetto all’anno precedente.

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