Giornalista pubblicista, mi muovo con interesse nel poliedrico mondo della comunicazione cercando di trarre insegnamento e ispirazione da ogni singolo incontro. Insegnante nella scuola pubblica, ho perfezionato la mia formazione nella didattica dell'italiano agli stranieri. Profilo linkedin
Negli anni della crisi, il 4,5% delle famiglie in difficoltà ha lanciato un SOS all’indirizzo dei propri conoscenti. Che hanno fatto ciò che hanno potuto
Nei primi otto mesi dell’anno, è sceso il numero dei contratti in apprendistato e salito quello delle assunzioni a tempo indeterminato. E’ merito del Jobs Act? Al Sud, sembrerebbe di sì
L’estate 2015 ha ridato fiato ai titolari degli stabilimenti balneari italiani. Dimenticato l’annus horribilis 2014 (che, anche a causa delle avverse condizioni meteorologiche, aveva fatto registrare performance a dir poco insoddisfacenti), tra giugno e settembre di quest’anno, i balneatori dello Stivale hanno, infatti, recuperato il sorriso, mettendo in cassa compensi più rotondi.
A fornire un quadro della situazione è stata la Cna Balneatori che sta mettendo a punto un’indagine realizzata su un campione nazionale di 400 stabilimenti di 15 località turistiche. I dati finora raccolti certificano, per l’estate appena passata, un incremento di oltre 5 mila occupati nel comparto balneare. Con un tasso di occupazione cresciuto del 3% in un solo anno. E a raccogliere i frutti più maturi (intesi come guadagni più gratificanti) sono stati gli imprenditori che hanno scelto di diversificare la loro attività, non limitandosi ad offrire alla clientela un semplice servizio ricettivo, ma spingendosi a puntare sul food e aprendo (per esempio) tavole calde, pizzerie o ristoranti.
Ricordate l’espressione “choosy” con cui l’allora ministro del Lavoro, Elsa Fornero, etichettò i giovani italiani invitandoli a non mostrarsi troppo “schizzinosi” nei confronti delle offerte di lavoro? Nulla di più distante dalla realtà, stando al ritratto che dei “Millennials” (ovvero dei giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni) ha fornito il Censis. Un ritratto a tutto tondo, che indaga sulla sfera lavorativa, ma anche sugli stili di vita e sui modi di pensare, consegnandoci l’immagine di un gruppo di persone che investe tempo ed energia per costruire un futuro migliore.
L’indagine del Censis “Vita da Millennials: web, new media, start up e tanto altro” è stata realizzata per il Padiglione Italia di Expo. E ha preso le mosse dai dati che riguardano il lavoro (di cui noi qui ci limiteremo a parlare). Tra gli aspetti più interessanti e incoraggianti insieme, la spiccata propensione dei giovani all’imprenditorialità testimoniata dall’apertura, nel secondo trimestre del 2015, delle quasi 32 mila nuove imprese con un under 35 a capo. In pratica, tra aprile e giugno, hanno “acceso i motori” 300 start-up italiane al giorno guidate da giovani, il 3,6% in più di quelle avviate nel trimestre precedente. E non si pensi che il fenomeno abbia interessato solo i territori più avanzati. Anzi: nel Sud dell’Italia, il 40,6% di nuove imprese avviate, nel periodo preso in esame, è da collegare all’intraprendenza dei giovani. Nel totale: i Millenials a capo di un’azienda sono 594 mila, corrispondenti al 9,8% del totale nazionale.
Cosa fare per gli oltre 4 milioni di italiani che, stando ai dati forniti dall’Istat, vivono in una condizione di assoluta povertà? Secondo i rumors degli ultimi giorni, gli estensori della legge di Stabilità che sarà presentata a breve starebbero ventilando l’idea di “uscire dal cilindro” una nuova social card a sostegno delle famiglie più bisognose. Che potrebbero beneficiare di un importo mensile compreso tra gli 80 e i 120 euro a persona.
Si tratta, come già detto, di un’indiscrezione che non ha, al momento, trovato conferme ufficiali. Ma che merita, a nostro avviso, un ulteriore approfondimento, se non altro perché fornisce l’occasione di passare in rassegna gli strumenti che, fino a oggi, i governanti italiani hanno messo in campo per contrastare la povertà nazionale. In principio fu la social card introdotta nel 2008 dall’allora ministro Giulio Tremonti che prevedeva (e prevede ancora) l’erogazione di un bonus di 40 euro al mese per spese alimentari, farmaceutiche e per il pagamento di bollette di luce e gas. A beneficiarne possono essere gli over 65 o i genitori di bambini fino a 3 anni, con un reddito inferiore ai 6.800 euro annui. La card non piace proprio a tutti. Anzi: gli osservatori più critici sostengono che essa spalanchi le porte a una vera e propria “odissea” burocratica, tra richieste da inoltrare alle Poste Italiane che devono poi farle pervenire all’Inps. Per non parlare dei requisiti particolarmente stringenti che hanno lasciato fuori una buona fetta di richiedenti. Non sembra essere andata molto meglio con il Sia (Sostegno per l’inclusione attiva) introdotto, nel 2014, con il solito intento di dare una mano ai nuclei familiari economicamente più “deboli”. I quali possono beneficiare di un importo mensile di 231 euro per due persone e di 404 euro mensili per cinque persone. Ma la misura non copre l’intero territorio nazionale: a richiedere (ed eventualmente ricevere) il sostegno possono essere, infatti, solo i poveri di 12 città (tra cui Roma, Milano, Genova, Bari, Napoli, Palermo e Firenze) che, anche in questo caso, devono fare i conti con un iter burocratico non proprio oliato. Molti potenziali beneficiari sono ancora in attesa di una risposta e la procedura di accertamento risulta in alto mare nella Capitale d’Italia.
E chi lo ha detto che per lavorare bisogna necessariamente timbrare il cartellino in ufficio? Nel mondo che cambia al passo della tecnologia, le modalità di lavoro possono essere diverse e discostarsi, in maniera fino a ieri impensabile, da quelle tradizionali. Se i telefoni di ultima generazione si sono, infatti, guadagnati l’appellativo di smart (letteralmente: intelligente, brillante), lo stesso può avvenire con le professioni che di quei dispositivi tecnologici scelgono di fare uso. Da qui lo smart working ovvero una nuova modalità di lavoro che – stando alla versione smerciata dai più entusiasti – migliorerà la vita di tanti professionisti.
Di cosa si tratta esattamente? Della possibilità di gestire con maggiore autonomia il proprio lavoro svolgendolo da postazioni diverse (da casa, dalla sede del cliente, da un aereo ecc…) e in orari da concordare volta per volta. Avvalendosi della strumentazione tecnologica che l’azienda deve fornire per rendere efficiente la prestazione dello smart worker. In pratica: l’orario di ufficio, la sede e il salario fisso non devono essere considerati dei totem intoccabili. Perché le modalità alternative – come lo smart working appunto – possono portare con sé importanti benefici tanto ai lavoratori (che possono gestire meglio il loro tempo e risultare più produttivi) quanto alle aziende (che possono ridurre i costi di gestione degli uffici). Ma sia ben chiaro che uno smart worker non è un “cane sciolto” che può decidere, in solitaria, cosa fare. L’autonomia e la flessibilità non sono sinonimi di approssimazione. Chi sceglie di lavorare in questa modalità dovrà comunque concordare tutto (o quasi) con i propri dirigenti: dal tempo di lavoro alla mansione da svolgere fino all’obiettivo da centrare in base al quale verrà calcolato il suo compenso.
Immaginate di dover passare in ufficio (o in fabbrica o nel vostro luogo di lavoro) solo 6 ore della vostra giornata. Ovvero che, se vi sedete alla scrivania alle 9,00 del mattino, alle 15,00 potreste già essere fuori. Se l’idea vi alletta più del dovuto, forse è il caso di prendere in considerazione la possibilità di fare le valigie per la Svezia perché nel Paese degli Abba l’orario di lavoro ridotto potrebbe presto diventare una prassi diffusa.
Far lavorare di meno avrebbe, infatti, i suoi effetti benefici. Quali? Se i dipendenti lavorano 6 ore al dì anziché 8 ne guadagnano in felicità perché hanno a loro disposizione una quantità di tempo che possono finalmente dedicare ad altro. Ma c’è di più: secondo i sostenitori della “rivoluzione svedese”, la riduzione della giornata lavorativa porterebbe con sé anche una maggiore produttività perché i lavoratori si concentrerebbero maggiormente su ciò che fanno e, non essendoci tempo sufficiente per affaticarsi troppo, riuscirebbero a portare a casa risultati migliori. E non trascuriamo l’elemento salute: chi lavora troppo è più esposto al rischio di “disturbi” che possono trasformarsi in problemi seri (ictus, infarti ecc…), con conseguenze dirette sulle spese che deve affrontare il servizio sanitario nazionale. Un lavoratore consapevole di destinare solo una parte della sua giornata al suo impiego dovrebbe, invece, (almeno teoricamente) affrontare in maniera più rilassata la vita, al riparo dallo stress che genera insidie di ogni tipo.
Chi sono i Neet che compaiono in ogni indagine sull’occupazione che si rispetti? Letteralmente i “Not (engaged) in Education, Employment or Training”, ovvero i giovani che non studiano, non lavorano e non risultano impegnati a migliorare la loro formazione. All’apparenza dei veri e propri “scansafatiche” (o, se preferite, dei “bamboccioni” incalliti) il cui mantenimento è legato, a doppio filo, al salario di mamma e papà o alla pensione del nonno. Ma la realtà è più complessa di come appare in superficie.
Partiamo dai dati: una recente ricerca della onlus WeWorld (i cui risultati verranno diffusi oggi) ha rilevato che i Neet italiani hanno raggiunto quota 2 milioni e mezzo e rappresentano il 26% dei 15-29enni residenti nel Bel Paese (erano il 18% nel 2008). Un esercito in costante crescita, le cui dimensioni superano abbondantemente quelle di quasi tutti gli altri Paesi europei (la media si attesta al 15%). Con un gap particolarmente marcato con la Germania, dove la quota dei Neet non va oltre l’8%, e con la Francia (13%). Peggio di noi, solo la Grecia dove i giovani che non lavorano né studiano rappresentano il 28% del totale. Focalizzando l’attenzione su quello che succede in Italia, la percentuale dei Neet risulta più alta al Sud (35,5%) e più contenuta al Centro (21,7%) e soprattutto al Nord (18,8%). A preoccupare particolarmente è la situazione dei giovani siciliani, il 39,7% dei quali non studia né lavora; mentre quelli del Trentino Alto Adige sembrano cavarsela meglio degli altri (i Neet sono “solo” il 13%).
Le commesse più redditizie in Algeria, Francia e Russia. Il fatturato cresce ininterrottamente da 10 anni all’estero, mentre in Italia continua ad andare giù
“L’economia italiana si rafforza: nella manifattura e nei servizi proseguono i segnali di ripresa, mentre anche gli andamenti dei consumi e del mercato del lavoro appaiono favorevoli”. E’ quanto ha certificato ieri l’Istat prefigurando buoni andamenti anche per i prossimi mesi.
La nota mensile diffusa dall’istituto nazionale di statistica non si è limitata ad analizzare la situazione interna e ha segnalato, a livello mondiale, il buon momento degli Stati Uniti (la cui economia continua ad apparire solida), contro il momento di tentennamento delle economie emergenti che, iniziano, invece, ad arrancare. Nell’area Euro, è stato evidenziato, nel secondo trimestre dell’anno, l’avanzamento dell’economia spagnola (+1%), che è risultato superiore sia a quello tedesco (+0,4%) che a quello italiano (+0,3%) e francese (rimasto stabile, rispetto ai tre mesi precedenti). Mentre cresce, un po’ in tutto il globo, il generale clima di fiducia che dovrebbe ridare slancio ai consumi. E andiamo alle cose di “casa nostra”: la nota dell’Istat ha rilevato, per il mese di luglio, andamenti positivi nel settore industriale (al netto delle costruzioni) che è cresciuto dell’1,1% in un solo mese. E ha certificato, tra maggio e luglio, un aumento dell’1,4% del fatturato industriale dovuto al +1,7% rilevato alla voce vendite interne e al +1% che ha interessato, invece, le vendite all’estero.
I nostri giovani? Hanno scarse capacità realizzative e manageriali, non parlano bene le lingue straniere e sono “deboli” in cultura generale. A pensarla così i manager italiani che addossano molta della responsabilità alla scuola.
L’indagine commissionata da Manageritalia ad AstraRicerche ha preso il via dalle interviste somministrate, lo scorso mese di settembre, a quasi 1.200 “colletti bianchi”. Cosa ne è venuto fuori? Che il 68,3% degli interpellati non considera la scuola meritocratica ovvero capace di premiare e valorizzare gli studenti migliori e che il 40% la ritiene incapace di preparare i giovani in modo adeguato. A rincarare la dose ci ha pensato il 37,1% del campione, convinto che la scuola italiana non sia in grado di formare i giovani secondo le necessità dettate dal mondo del lavoro. Mentre a tradire clemenza è stato solo il 22% degli intervistati. Più nel dettaglio: secondo i manager, le nuove generazioni non brillano per capacità realizzative (la pensa così l’81,7% di loro) né per capacità relazionali e manageriali (79,3%) o per capacità cognitive (76,5%). Per non parlare delle lacune linguistiche, segnalate dal 75% degli interpellati; di quelle che riguardano la cultura generale (68,9%) e delle scarse competenze digitali estese (59,4%) legate, cioè, non al semplice utilizzo della tecnologia ma anche alla comprensione del suo funzionamento.
Fare i conti in tasca agli altri, non è mai un esercizio elegante. Ma in tempi di perdurante crisi, può essere interessante capire a quanto ammontano gli stipendi dei dipendenti pubblici. A rivelarcelo è stato l’annuario statistico della Ragioneria dello Stato i cui dati – rielaborati dall’Adnkronos – hanno segnato i contorni di un quadro variegato, fatto di differenze marcate.
Lo stipendio medio di un dipendente pubblico italiano si è attestato, nel 2013, sui 34.505 euro annui, l’1,4% in meno rispetto al 2011. Ma come già accennato, le differenze sono state significative. Qualche esempio? I più pagati sono stati i magistrati che hanno portato a casa 142.653 euro (lo 0,6% in più rispetto all’anno precedente), mentre gli insegnanti si sono confermati i “cenerentola” di turno, con uno stipendio annuo di 29.468 euro (-0,3% in un anno). In pratica: gli operatori della scuola hanno intascato meno di un quarto di quanto hanno guadagnato i togati. Il secondo stipendio più rotondo è spettato, invece, ai prefetti (91.184 euro), seguiti dai diplomatici (88.492 euro), dal personale delle Autorità indipendenti (83.062 euro) e dai dirigenti penitenziari (79.549 euro).
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