Negozi: oltre 6 mila in meno in un anno

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Gli ultimi indicatori economici sembrano disegnare uno scenario in ripresa, ma per alcuni, la situazione non migliora. Anzi. L’Osservatorio della Confesercenti sulla natimortalità delle imprese di commercio e turismo ha rilevato come, negli ultimi 8 mesi, i negozi del Bel Paese abbiano continuato a soffrire, soprattutto nelle aree notoriamente più svantaggiate.

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Per quanto vadano fatte le dovute distinzioni. Tra gennaio e agosto, il numero delle imprese di commercio in sede fissa è sceso dello 0,9% in un anno, (corrispondente a 6.052 unità), mentre quelle su aree pubbliche è salito del 3,6% (corrispondente a 6.682 unità). In pratica: se gli affari non sono proprio andati bene ai negozianti tradizionali, le cose hanno preso, invece, un altro verso per i commercianti ambulanti. Segno positivo, invece, alla voce iscrizioni: le aperture totali, in un anno, sono aumentate del 16%, con un vero e proprio boom di quelle su aree pubbliche, che hanno fatto registrare un incremento del 78,7% pari a 5.037 esercizi in più.  

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Cuneo fiscale in discesa. E’ merito di Letta e Renzi

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La scelta di ridurre le tasse che gravano sulla proprietà immobiliare degli italiani è davvero così felice? O il governo Renzi dovrebbe tenere conto del parere espresso da molti osservatori speciali (tra cui i tecnici di Bruxelles) che lo invitano a intervenire sul fronte del cuneo fiscale? La Cgia di Mestre ha cercato di vederci chiaro e, alla luce dei dati raccolti ed elaborati, ha concluso che la promessa del premier di abolire la tassazione sulla prima casa degli italiani dovrebbe rivelarsi l’opzione migliore. Vediamo perché.

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L’indagine – che ha preso in esame il periodo compreso tra il 2007 e il 2015 – ha messo in evidenza come, in questo lasso di tempo, il cuneo fiscale (ovvero il fisco sul lavoro) sia risultato in calo. Con benefici particolarmente soddisfacenti per le retribuzioni più basse, quelle stimate in 20.410 euro lorde all’anno, il cui prelievo è sceso del 5,2% (corrispondente a 1.707 euro) e per quelle medie, pari a 30.463 euro, che hanno fatto registrare una riduzione pari all’1,1% (ovvero a 982 euro all’anno). “Il peso del fisco sul costo del lavoro – ha commentato Paolo Zabeo dellUfficio Studi della Cgia – sta scendendo grazie a una serie di interventi che spaziano dall’aumento delle detrazioni fiscali sul lavoro dipendente avviate dal governo Letta al bonus degli 80 euro introdotto dal presidente del Consiglio Renzi e alle progressive misure approvate nel corso degli anni che hanno praticamente azzerato l’Irap sul costo del lavoro”.

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Le nostre pmi? Non amano l’e-commerce

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Confcommercio e eBay insieme per promuovere le vendite online. E per vincere le resistenze dei piccoli e medi imprenditori che pensano che il commercio elettronico sia dispendioso e poco remunerativo

Cresce il potere d’acquisto, ma non tutti festeggiano

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L’Istat continua a recapitare buone notizie ai rappresentanti del governo. Che possono mettere in cassaforte l’ennesima rilevazione positiva sugli andamenti economici del Paese che – a loro avviso – è in piena ripresa. Ma è davvero così? A muoversi con molta più cautela sono le associazioni dei consumatori che, pur riconoscendo i piccoli passi avanti compiuti, si astengono dal festeggiare i dati che certificano l’aumento del potere d’acquisto. E non solo.

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Segno più per redditi e consumi

L’indagine dell’istituto, relativa al secondo trimestre dell’anno in corso, ha infatti messo in evidenza un aumento del reddito a disposizione delle famiglie che si è tradotto in un aumento dei consumi finali. Nello specifico: i redditi sono cresciuti dello 0,5%, rispetto al trimestre precedente e dell’1,3% in un anno. Con “riverberi” anche sul potere d’acquisto che, su base trimestrale, è aumentato dello 0,2% e, su base annua, dell’1,3%. Non accadeva dal lontano 2007. E se gli italiani dispongono di più denaro, è probabile che acquistino di più. E infatti, stando a quanto documentato dall’Istat, nel secondo trimestre del 2015, la spesa per i consumi è salita dello 0,7%, rispetto ai tre mesi precedenti, e dello 0,8%, rispetto all’anno precedente. E la propensione al risparmio? L’Istat ha rilevato un andamento un po’ instabile perché se è vero che, rispetto al trimestre precedente, gli italiani hanno risparmiato lo 0,2% in meno; è altrettanto vero che, rispetto al secondo trimestre del 2014, hanno risparmiato lo 0,5% in più. Insomma, molti connazionali continuano a muoversi con prudenza, pensando che il peggio non sia del tutto passato. Come testimoniano anche i dati sul tasso d’investimento (attestatosi al 6%) che risultano in flessione dello 0,1% su base trimestrale e dello 0,2% su base annua.

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Più occupati, meno disoccupati. Ma i giovani continuano a soffrire

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La fotografia consegnata ieri dall’Istat ha fatto gongolare il premier Matteo Renzi. Che si è affrettato a salutare i dati diffusi dall’istituto nazionale di statistica come la certificazione del successo del suo Jobs Act. I numeri non ammettono, in effetti, interpretazioni e documentano una certa incoraggiante ripresa. Che però – è bene precisarlo – potrebbe riguardare un mese particolare come agosto, segnato dal lavoro stagionale, e comunque non coinvolge, più di tanto, i giovani che faticano ancora molto a trovare un impiego.

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A crescere di più è il lavoro dipendente

Partiamo con il numero degli occupati che, ad agosto, secondo l’Istat, è cresciuto di 69 mila unità (+0,3%), rispetto al mese precedente. Di questi 70 mila hanno trovato lavoro come dipendenti e 45 mila sono stati assunti con un contratto a termine. Rispetto all’anno precedente, il numero degli occupati è salito, invece, dell’1,5% corrispondente a 325 mila unità. La maggior parte delle quali (anche in questo caso) è stata assunta come dipendente, ma più a tempo indeterminato che determinato. E il tasso di occupazione? Ad agosto, ha raggiunto il 56,5% crescendo dello 0,2% su base mensile e dello 0,9% su base annua. Buone nuove anche sul fronte della disoccupazione: le persone senza un lavoro sono diminuite, ad agosto, di 11 mila unità (-0,4%), rispetto al precedente mese di luglio, e addirittura di 162 mila unità (-5%), rispetto ad agosto 2014. Tanto che il tasso disoccupazione, sceso finalmente all’11,9% (non succedeva dal 2013), ha fatto segnare una flessione mensile dello 0,1% e annuale dello 0,7%. 

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Dall’industria alla terra: la produzione è in salita

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A rinforzare il clima di ottimismo generale arrivano i dati del Centro Studi di Confindustria secondo cui, nel mese di settembre, la produzione industriale è cresciuta dello 0,9%, rispetto al mese precedente. E incoraggianti appaiono anche i dati relativi al terzo trimestre dell’anno (luglio-settembre) che hanno fatto registrare un avanzamento dello 0,7%, rispetto ai tre mesi precedenti, mettendo a segno il quarto miglioramento consecutivo.

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Non solo: rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, il Centro Studi di Confindustria ha rilevato, a settembre, una crescita della produzione industriale pari al 3,2%. E anche il volume degli ordini sembrerebbe seguire il trend positivo, con un aumento dell’1,6% su base mensile e del 4,3% su base annua. A “coronare” il tutto un rinnovato clima di fiducia che, secondo i tecnici di Confindustria, spinge gli imprenditori manifatturieri a essere ottimisti non solo sul fronte della produzione, ma anche su quello degli ordini interni ed esteri.

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Finale (di anno) col botto: luce e gas più cari

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Le associazioni dei consumatori non hanno dubbi: i rincari che bussano alla porta sono una cattiva notizia, anche perché riguardano utenze irrinunciabili come la luce e il gas. A fornire i dettagli è stata l’Autorità per l’Energia, che ha parlato di un adeguamento trimestrale che, da domani 1 ottobre fino alla fine dell’anno, farà salire del 3,4% il prezzo dell’elettricità e del 2,4% quello del gas.

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Le bollette si faranno, dunque, più pesanti, ma il 2015 non passerà alla storia come l’anno più oneroso degli ultimi tempi. Anzi. I rincari dell’ultimo trimestre arrivano dopo 9 mesi di piccoli ribassi che consentiranno, alla fine, agli italiani di sborsare 60 euro in meno, rispetto al 2014. Nel dettaglio: la spesa annua per l’elettricità è stimata in 505 euro a famiglia, in calo del 2,2% rispetto all’anno precedente, con un risparmio di 11 euro. Mentre il gas costerà mediamente 1.123 euro a famiglia, il 4,2% in meno dell’anno scorso, con un risparmio di 50 euro. In definitiva, stando ai calcoli dell’Autorità per l’Energia, le famiglie italiane spenderanno dunque quest’anno, per luce e gas, 61 euro in meno. Ma perché i costi aumenteranno, in questi ultimi tre mesi? Al netto dei tecnicismi che lasciamo ai più scrupolosi, ci limiteremo qui a spiegare che il rincaro dell’elettricità è legato all’aumento del costo di approvvigionamento della “materia prima”, connesso a sua volta al boom dei consumi che si è registrato a luglio, a causa del caldo record. Mentre a pesare sull’aumento del prezzo del gas non è il costo della materia prima (in continua flessione), quanto quello dei trasporti.

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Def: OK per Istat, KO per tecnici Senato

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Le stime di crescita messe nere su bianco nella nota di aggiornamento al Def hanno incassato la “benedizione” del numero uno dell’Istat. Durante l’audizione di ieri presso le commissioni Bilancio di Camera e Senato, il presidente dell’istituto nazionale di statistica, Giorgio Alleva, ha infatti confermato che il Pil del 2015 dovrebbe attestarsi sul +0,9%, grazie a una crescita (congiunturale) compresa tra lo 0,2 e lo 0,4% che dovrebbe riguardare sia il terzo che il quarto trimestre dell’anno. Non solo: anche le previsioni sui prossimi due anni sono state accolte favorevolmente da Alleva che, similmente a quanto prefigurato dai tecnici di Palazzo Chigi, ha vaticinato una crescita del Pil pari all’1,6% nel 2016 e nel 2017.

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“L’evoluzione dell’economia italiana nel 2015 – ha spiegato il presidente dell’Istat – risulterebbe trainata dalle componenti interne di domanda e da un contributo positivo delle scorte, a fronte di un contributo estero negativo”. E anche il mercato del lavoro starebbe dando segnali positivi, con un aumento del numero degli occupati, tra gennaio e luglio, stimato in oltre 100 mila unità. Più nel dettaglio, Alleva ha precisato che alla crescita della quota di lavoratori dipendenti è corrisposto un calo di quelli autonomi e che il minor ricorso alla cassa integrazione e la stabilizzazione del tasso di disoccupazione starebbero delineando una tendenza complessivamente positiva del mercato occupazionale.

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Fiducia: l’Istat certifica crescita importante, ma non tutti ci credono

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I dati diffusi ieri dall’Istat hanno parlato chiaro: gli italiani hanno recuperato la fiducia. Consumatori e imprese sembrano guardare, con ritrovata speranza, al presente e al futuro, come testimoniato dagli indici di clima di fiducia che hanno toccato i livelli più alti degli ultimi anni. Per quanto vada precisato che i nostri connazionali vedono più rosea la componente economica di quella familiare e che alcuni settori della nostra impresa rimangono comunque cauti su ciò che avverrà domani. Ma in generale, il valore di fiducia rilevato, a settembre, tra i consumatori (pari a 112,7) e quello certificato tra gli imprenditori (pari a 106,2) hanno messo nuova benzina nel motore dell’ottimismo filogovernativo.

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I dubbi di Federconsumatori

Ma non tutti la pensano allo stesso modo. A fornire una lettura molto più disincantata dei dati Istat è stata Federconsumatori, che ha sollevato dubbi sull’attendibilità della rilevazione lamentando il coinvolgimento di italiani espatriati all’estero. “Dubitiamo fortemente che, facendo riferimento ai cittadini che fanno quotidianamente i conti con disoccupazione, cassa integrazione, drastica diminuzione dei consumi e rinunce alle cure – hanno tagliato corto dall’associazione – i risultati sarebbero gli stessi”. Di più: “Diramando dati così rosei ed ottimisti si fa un grave danno al Paese intero – hanno rincarato da Federconsumatori – il Governo e le forze politiche si basano sui dati del principale istituto di statistica del nostro Paese per determinare le politiche economiche. Se i dati dicono che va tutto alla perfezione, il Governo non interverrà mai per dare quella svolta e quella spinta in direzione della ripresa di cui l’Italia ha ancora tremendamente bisogno”. 

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Redditometro: dalle terme ai derivati, il Fisco controlla tutto

E’ stato pubblicato nei giorni scorsi, in Gazzetta Ufficiale, il decreto del ministero dell’Economia che prevede aggiornamenti sull’applicazione del redditometro. E che contempla una lista sempre più nutrita di consumi e investimenti che finiscono sotto la lente dell’Agenzia delle Entrate.

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Spese e redditi ai raggi X

Il redditometro, è bene ricordarlo, è uno strumento di controllo attraverso cui il Fisco mira a limitare i danni causati dall’evasione fiscale. Come? Incrociando i dati che riguardano il reddito del contribuente con l’ammontare delle spese da lui sostenute. In pratica: quando queste risultano eccessivamente onerose per il reddito dichiarato, scatta l’accertamento dell’Agenzia delle Entrate che può muoversi solo se verifica uno scostamento superiore al 20%. Ma non tutto è necessariamente perduto per il contribuente “pizzicato” che potrà difendersi, anche in sede di contraddittorio, spiegando, ad esempio, che il suo stile di vita (apparentemente al di sopra delle sue possibilità) può essere giustificato alla luce di un supporto che viene da una persona terza (uno zio particolarmente generoso o un padre che continua ad aiutare). O perché l’Agenzia delle Entrate ha attribuito al bene monitorato un valore superiore a quello effettivo.

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Rincari: per che cosa gli italiani spenderanno di più?

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Sì, è vero: il premier Matteo Renzi ha messo in tasca mensilmente, a una buona quota di italiani, 80 euro in più. Ma cosa ha chiesto in cambio? Mentre gli analisti tentano di stabilire se il governo in carica ha aumentato o diminuito la pressione fiscale, noi ci limiteremo qui a segnalare due rincari che, con ogni probabilità, sono sfuggiti ai più.

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Partiamo dalle Poste Italiane, la storica società di servizi che – come sottolinea lo spot pubblicitario che, da qualche settimana, passa in tv – sta attraversando una fase di cambiamento. Dopo l’aumento del costo del bollettino di conto corrente da pagare allo sportello (passato, ad agosto, da 1,30 a 1,50 euro), l’azienda si appresta a far salire il prezzo di un altro servizio basico. Dal primo ottobre, infatti, spedire lettere o cartoline non costerà più 80 ma 95 centesimi. Un aumento che arriva a dieci mesi di distanza da quello che aveva già fatto salire il costo del francobollo da 70 a 80 centesimi. Senza considerare che, tra i grandi cambiamenti che le Poste stanno per mettere in atto, c’è il disegno di consegnare, in molte zone dell’Italia, la posta a giorni alterni. 

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Usura: a rischiare di più sono le imprese del Sud

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Sempre più imprenditori starebbero prendendo in considerazione l’idea di rivolgersi a uno “strozzino”. E’ quanto ha messo in evidenza una recente indagine della Cgia di Mestre secondo la quale il numero di denunce di usura e di estorsione sarebbe in costante ascesa.

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Piccole imprese nel mirino

A spingere molte imprese del Bel Paese (soprattutto del Sud) a rivolgersi a un usurario sarebbe la difficoltà di beneficiare di un prestito da parte delle banche. I dati in possesso dell’Ufficio Studi della Cgia hanno, infatti, rilevato che da giugno 2011 a giugno 2015, gli istituti di credito hanno concesso 104,6 miliardi di euro in meno alle imprese italiane, costringendole (nei casi più disperati) a cercare un soccorso altrove. Di più: le denunce di usura sono risultate in costante crescita: dalle 352 registrate nel 2011, si è infatti passato alle 405 del 2012 e alle 460 del 2013, con un incremento del 30,7% in soli due anni. E a salire è stato anche il numero delle denunce di estorsione: dalle 6.099 del 2011 alle 6.478 del 2012 fino alle 6.884 del 2013 (+12,9% in due anni). Con la forte contrazione dei prestiti bancari avvenuta in questi ultimi anni, soprattutto nei confronti delle imprese di piccola dimensione – ha osservato Paolo Zabeo della Cgia – esiste il pericolo che il fenomeno dell’usura, soprattutto al Sud, assuma dimensioni preoccupanti. Un crimine invisibile che rischia di minare la tenuta finanziaria di moltissime attività commerciali ed artigianali”.

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Email e chiamate fuori orario? Meglio di no

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La questione potrebbe apparire di secondaria importanza, ma non lo è. Anche perché permette di approfondire una riflessione sui nuovi modi di lavorare e su come gli strumenti digitali che usiamo quotidianamente per portare a termine gli incarichi che ci vengono assegnati possano condizionare (per non dire danneggiare) la nostra vita privata. Il punto è stato sollevato in Francia dove il governo ha avviato la consultazione con i sindacati per il rinnovo del Codice del Lavoro. Tra le proposte sul tavolo, quella di dare forma al diritto di “disconnessione” che autorizzerebbe il lavoratore che esce dall’ufficio (o dalla fabbrica) a spegnere il telefonino e a non controllare più le email in arrivo.

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Una sorta di diritto all’irreperibilità, che metterebbe finalmente i lavoratori al riparo da chiamate e messaggi molesti che non gli permettono mai di “staccare”. E di dedicarsi completamente alla cura della propria sfera privata. A insistere sul punto è stato Bruno Mettling, direttore delle risorse umane del gruppo di telecomunicazione Orange, che in un Rapporto intitolato “Trasformazione digitale e vita lavorativa”, ha sostanzialmente spiegato che quello alla disconnessione dovrebbe essere un diritto-dovere. “Esiste un rischio di sovraccarico cognitivo ed emozionale, con una sensazione di fatica e di eccitazione – ha spiegato Mettling – Subentra quindi la questione delle conseguenze psico-sociali”. Cosa vuol dire concretamente? Che il dipendente iper-connesso (ovvero quello tartassato dalle telefonate e dalle email di capo e colleghi) rischia non solo un esaurimento nervoso, ma anche di danneggiare l’azienda per cui lavora. Perché lo stress da iper-connessione potrebbe renderlo meno produttivo.

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Le piccole imprese “stritolate” dalle tasse locali

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Tra Imu, Tasi, Irap e addizionali comunali e regionali Irpef, gli italiani hanno versato, l’anno scorso, nelle casse dello Stato ben 70,5 miliardi di euro, il 29,5% in più del 2011. E un contributo significativo è arrivato dalle piccole imprese che, secondo Confartigianato, sono state in assoluto le più “tartassate”. Il prezzo che i piccoli imprenditori hanno, infatti, dovuto pagare per le tasse locali è stato stimato in una media di 10.248 euro all’anno. Una cifra importante, che può impattare in maniera pesante sul bilancio di una piccola realtà aziendale.

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L’analisi condotta dall’Ufficio Studi di Confartigianato ha messo a nudo le differenze a livello territoriale. Il fisco è risultato più inclemente in Campania dove il titolare di una piccola impresa ha dovuto sborsare 12.547 euro. Non è andata troppo bene neanche ai piccoli imprenditori della Calabria (12.466 euro) né a quelli del Lazio (12.305 euro), mentre nel Molise le 5 tasse locali sono costate 12.100 euro ad azienda. L’aria è risultata, invece, meno pesante in Friuli Venezia Giulia dove i piccoli imprenditori hanno versato 9.648 euro, in Sardegna (9.467 euro) e, soprattutto, in Valle d’Aosta dove il fisco locale si è “accontentato” di incassare 8.216 euro. Calcolatrice alla mano, la differenza tra ciò che ha dovuto pagare un piccolo imprenditore campano e uno valdostano è davvero considerevole e si quantifica in 4.331 euro. 

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Lavoro nero: cresce al Sud, cala al Nord

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La distanza tra il Nord e il Sud del Paese può essere misurata anche sulla scorta dei dati che certificano il diverso peso che ha il lavoro irregolare. Che – ca va sans dire – risulta in costante crescita nel Mezzogiorno e in calo nel Settentrione. Ad approfondire l’argomento è stato il professor Paolo Di Caro che, partendo dai dati forniti dall’Istat, ha condotto una scrupolosa ricognizione rilevando, regione per regione, i diversi andamenti.

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Ecco cosa ne è venuto fuori: nel periodo compreso tra il 2008 e il 2012, l’occupazione irregolare in Italia è cresciuta del 3,9%, per effetto del +13% fatto registrare dal Sud. Le stime in calo rilevate nel resto dello Stivale (-3% nel Nord-Ovest, -2% nel Nord-Est e -1% al Centro) hanno confermato l’immagine di un Paese diviso in due, con un Centro-Nord caratterizzato da una graduale flessione della quota di lavoro nero e un Sud che, al contrario, sembra destinato a testimoniarne la costante ascesa. Le percentuali più allarmanti sono quelle che riguardano la Sardegna dove, nel periodo preso in considerazione, il lavoro irregolare è aumentato del 22,5; la Calabria (+16,3%), il Molise (+13,8%) e la Sicilia (+13,4%). Di contro, il lavoro nero è risultato in forte calo in Valle d’Aosta (-14,2%), in Lombardia (-14,1%) e, in maniera più contenuta, anche nel Lazio (-6,2%) e nel Veneto (-4,8%).

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Commercio al dettaglio: la ripresa c’è, ma non per tutti

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L’ultima rilevazione dell’Istat sul commercio al dettaglio ha rilevato solo modesti avanzamenti. Nel mese di luglio, infatti, il valore delle vendite al dettaglio è aumentato dello 0,4%, rispetto a giugno e dello 0,7% rispetto all’anno precedente. Ancora: nel trimestre compreso tra maggio e luglio, le vendite hanno fatto registrare un modesto +0,2%, rispetto ai tre mesi precedenti; mentre se si prendono in considerazione i primi sette mesi dell’anno (gennaio-luglio), il valore delle vendite al dettaglio è aumentato dello 0,7% su base annua. La lenta ripresa continua, ma – come ha segnalato Confesercenti – non si registrano boom.

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Bene elettrodomestici e giochi, male libri e giornali

Gli aumenti più significativi sono stati, comunque, quelli che hanno riguardato i prodotti alimentari le cui vendite al dettaglio sono cresciute dello 0,5%, rispetto a giugno e del 3,2%, rispetto a luglio 2014. Più contenuto, invece, l’avanzamento rilevato per i prodotti non alimentari che hanno fatto segnare un +0,2% su base mensile e un +0,8% su base annua. Per quanto riguarda i prodotti non alimentari, le cose sono andate bene per gli elettrodomestici, le radio e le tv che, a luglio, hanno incrementato del 5% le loro vendite al dettaglio. Bene anche i giochi, i giocattoli, gli articoli sportivi e di campeggio (+2,7%) e i prodotti di profumeria e quelli per la cura della persona (+2%). Di contro, rispetto all’anno precedente, sono calate dell’1,3% le vendite dei mobili, degli articoli tessili e dei pezzi di arredamento; dell’1,5% quelle dei prodotti informatici, della telecomunicazione e della telefonia e dell’1,6% quelle degli articoli di cartoleria, dei giornali e dei libri.

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